Il carattere della Rivoluzione Guatemalteca di Jaime Diaz-Rozzotto

El carácter de la Revolución guatemalteca: ocaso de la Revolución democrático-burguesa corriente è un libro di Jaime Diaz-Rozzotto ma anche la tesi dottorale di un Master in Filosofia che l’autore consegue nel 1958 in Messico, durante il periodo di esilio successivo al colpo di stato che quattro anni prima aveva esautorato il governo legittimo del presidente guatemalteco Jacobo Arbenz, di cui era segretario generale. Colpisce soprattutto il fatto che  la ripresa editoriale di questa opera, dopo 53 anni dalla prima uscita, sia stata pubblicata in Guatemala per la casa editrice Oscar de León Palacios nel 2011, alla vigilia della scomparsa del suo autore. E’ dunque l’epilogo simbolico di una vita interamente dedicata alla cultura e alla storia sociale del suo Paese e di un intero continente.

Nell’attesa di una traduzione in italiano si ripropone, come commentario dell’opera, la testimonianza che Jaime Diaz-Rozzotto rilasciò giusto trent’anni fa, nell’aprile 1982 a Daverio (Varese), e che è contenuta nel saggio di Andrea Ganugi Guatemala 1954: cronaca di una morte annunciata, Firenze Libri, 1989.

Nel 1870 il regime che ha fatto saltare l’alleanza tra i Paesi dell’America Centrale entra in crisi. Quel contadino che nel 1839 aveva sollevato le masse, Rafael Carrera, era nel frattempo diventato un Presidente a vita, appoggiato dalla vecchia classe dei proprietari terrieri. Quest’uomo, rimasto quasi 30 anni al potere, è morto santificato ed è stato sotterrato nella Cattedrale della capitale. All’indomani della sua scomparsa rinasce un mo­vimento di riforma liberale, che elimina il potere con­fessionale e teocratico: la vecchia struttura economica coloniale, rappresentata politicamente dal Partito conservatore, che serviva a mantenere lo status quo a favore dei grandi proprietari terrieri, non può più an­dare avanti. Perché quella struttura si basava sullo sfruttamento della cocciniglia, che dava il colo­rante naturale per l’industria tessile inglese. Questa produzione, non evoluta, entra in crisi. Qual è il problema? Che l’agricoltura di questi Paesi era, nella seconda metà del secolo scorso, ancora identica a quella precedente l’arrivo dei « conquistado­res» spagnoli. Nessun cambiamento c’era stato in più di tre se­coli: erano ancora i prodotti naturali, tradizionali, precolombiani, senza investimenti produttivi e senza evoluzione, che continuavano a dominare la scena economica.Fino a quando i coloranti sintetici non hanno so­stituito lo sfruttamento della cocciniglia. Questo fatto provoca una grande crisi economica in Guatemala. Il nuovo movimento politico che sorge in quel periodo cambia le cose anche da un punto di vista razziale. La nostra aristocrazia è tutta creola, cioè discendente dagli spagnoli. Il movimento liberale del 1870 è invece portato avanti dai meticci: sono loro che creeranno lo stato liberale moderno guatemalteco e che fonderanno anche l’agricoltura capitalista, im­piantata sulla produzione del caffé. E’ il processo classico di sviluppo, e cioè: la bor­ghesia liberale prende il potere, promuove riforme e vuole sviluppare il capitalismo, con tutto ciò che se­gue (banche, credito, ecc.). Insomma, si crea una nuova forma di proprietà: appunto la piantagione ca­pitalista, moderna, del caffé. Da notare che la riforma agraria promossa dalla borghesia va contro gli inte­ressi del monopolio della Chiesa. Un ultimo appunto sul periodo attorno al 1870: cominciano ad apparire anche le prime industrie tes­sili.

Veniamo al secondo importante momento sto­rico. All’inizio di questo secolo comincia a funzionare il «settore capitalistico di esportazione». L’agricoltura si divide in due forme: la prima, capitalista moderna, destinata all’esportazione, con la piantagione di caffé; la seconda, di auto consumo per il nostro popolo, con il mais ed i fagioli. Ciò rappresenta la base della dipendenza econo­mica: lo sviluppo industriale si blocca, siamo arrivati tardi e la nostra industria non è competitiva rispetto a quel!a inglese. E in questo periodo che gli Stati Uniti cominciano a sviluppare un potere sempre più forte in America Latina e il concorrente inglese diventa fastidioso per loro. Dunque, cosa accade? È per noi il momento della rivoluzione industriale, che si realizza attraverso la co­struzione della ferrovia. Tutte le nostre genti latino­americane vogliono avere il loro treno, come gli Euro­pei e i Nordamericani: nell’ America del Sud lo co­struiscono gli Inglesi, grazie alla loro egemonia poli­tica. Diversa la situazione in America Centrale, dove fino al 1895 (prima del fallito tentativo dell’indipen­denza politica di Cuba e della morte conseguente di Josè Martì) la Spagna aveva ancora, in alcune zone, un’ultima roccaforte coloniale; qui i Nordamericani, sconfitti gli Spagnoli, si impadroniscono di Cuba, im­pongono un loro statuto e ne fanno una semicolonia. Annettono anche Puerto Rico, tuttora in loro possesso, e le Filippine. Creano così la base del loro impero colo­niale: il Mar Caribico diventa il «mare nostrum» dei Nordamericani. Con questa situazione a loro sfavorevole gli Inglesi devono abbandonare le loro ambizioni in America Centrale; non saranno loro a realizzare il treno, come hanno fatto in Brasile o in Argentina, ma gli USA. I quali adottano una politica nuova: in contropar­tita della strada ferrata si fanno dare in concessione gratuita i terreni su cui deve passare il treno, creando così un grande monopolio di terre. È in questo modo che nasce la penetrazione della famosa multinazionale United Fruit Company (UFCO), quella della banana Chiquita, per intenderci. Tutto ciò accade in tre Paesi: Guatemala, Hondu­ras e Costa Rica. Si crea allora un’enclave: un potere dentro il potere. Così i Nordamericani hanno il monopolio della terra (in inglese si potrebbe dire una «holding com­pany») e si appropriano del treno. Ma oltre a questo controllano anche il telegrafo, i porti e, ancora, hanno l’esclusiva sulla produzione dell’energia elettrica. In una parola tutta la struttura economica del Paese è in mano loro. Su questa base economica si insedia la grande piantagione di banane e nasce, così, la famosa defini­zione di «Banana republic» per il nostro Paese.

Qui voglio soffermarmi, per far capire come la United Fruit penetra nel mio Paese. Quei liberali riformisti, giunti al potere nel 1870, credevano in uno sviluppo economico autonomo del Guatemala: perciò la costruzione della ferrovia, ini­zialmente, viene affidata ad un’impresa nazionale. Ma attorno al 1900 mancava ancora un pezzo di strada ferrata che collegasse il Nord con la capitale e, con il pretesto di affrettare i lavori, il ministro dell’In­terno di quel governo liberale organizza un colpo di stato. Quell’uomo si chiamava Manuel Estrada Cabrera: c’è un romanzo di Miguel Angel Asturias, «Il signor Presidente”, che descrive con esattezza questo ditta­tore ed il contesto storico in cui si mosse. È per permettere alla United Fruit di rovesciare il processo di sviluppo nazionale che si organizza il «golpe», portato avanti all’interno dello stesso Partito liberale. Estrada Cabrera prende il potere nel 1898 e lo cede solo nel 1920. In quegli anni, successivi alla Prima guerra mondiale, si apre una strada molto inte­ressante: nel Movimento unionista, un movimento po­litico neo-conservatore, ha il sopravvento la compo­nente più populista. Questa apre alla classe operaia, combatte con decisione quel brutale tiranno che è Estrada Cabrera; è una lotta democratica, con l’ap­poggio popolare, che permette la creazione dei sinda­cati e favorisce la nascita del Partito comunista. Immediatamente, però, gli Stati Uniti capiscono che questo populismo «unionista», erede del vecchio liberalismo aristocratico, è pericoloso. Così avviene un altro colpo di stato. Stavolta a farlo non è più un ex-liberale come Estrada Cabrera. Il rovesciamento avviene tramite la dittatura diretta della caserma: sono i generali, l’eser­cito ormai corrotto, a prendere il potere. Così nel 1931 si insedia uno di questi militari, Jorge Ubico, che rimarrà al potere 14 anni: un ditta­tore ancor più brutale, che proibisce perfino l’uso della parola «operaio» e massacra tutto il movimento comunista.

Tra parentesi, io sono il discendente di una di quelle vecchie famiglie liberali di cui si parlava, quei bravi liberali che odiavano a morte gli autori della de­viazione «golpista». Da buon figlio di oligarca, quale sono, avevo due . possibilità: diventare avvocato oppure medico. Mio padre ha scelto per me ed ho studiato medicina; ho  frequentato quella facoltà due anni, ma evidentemente ero destinato alla politica, anche perché quei metodi di studio mi sembravano assurdi. Al secondo anno di corso dovevo fare la dissezione anatomica e in quel pe­riodo si praticava un metodo brutalmente stupido: c’era un professore che metteva nel corpo da dissezio­nare dei fili bianchi e neri e poi li tirava chiedendo «che nervo è questo?» e cose del genere. Tutto ciò era semplicemente idiota, almeno per me. Avevo 18 anni ed ho organizzato il primo movi­mento di scioperi contro il dittatore. Per questo sono stato messo nella prima prigione della mia vita ed hanno chiuso a mio padre, per rappresaglia, tutte le sue possibilità di lavoro, solo perché non aveva avuto il coraggio di impormi di far cessare quello sciopero. Fu quella la prima manifestazione, organizzata alla Fa­coltà di Medicina, contro la dittatura di Ubico. Poi, durante la Seconda guerra mondiale, con l’ar­rivo delle truppe nordamericane, la situazione preci­pita: Ubico era un dittatore che si ispirava al fascismo ed aveva stretti legami con i nazisti e con Franco; gli Stati Uniti intervengono per mutare questo indirizzo fascista del Paese. Questo intervento è stato un ele­mento molto importante, che ha aiutato il processo democratico. Durante il conflitto bellico gli Stati Uniti fanno dell’ America Latina una loro base operativa e organiz­zano truppe per impedire qualsiasi possibilità di sbarco tedesco sul continente. Con l’arrivo dell truppe USA il dittatore è obbli­gato a proscrivere tutte le proprietà che i nazisti ave­vano nel nostro Paese. La lista nera di proscrizione raggiunge comunque anche un altro scopo impor­tante: cacciare dal Guatemala tutta la concorrenza eu­ropea degli Stati Uniti. Di questa strategia economica ero ben informato, essendo in quel tempo alle dipendenze di una grande industria statunitense, presso la quale avevo seguito un «training course» proprio su quel particolare obiet­tivo. Dunque io ero perfettamente a conoscenza di come stavano le cose: Ubico era praticamente preso alla gola. Questa nuova situazione ha permesso a noi gio­vani studenti di organizzare un movimento di scioperi per dichiarare l’autonomia dell’università. Perché questo problema dell’autonomia? E una questione strettamente collegata ad un vecchio pro­cesso storico latino-americano: l’autonomia universi­taria è un programma nato in Argentina nel 1 918 con­tro l’antiquata struttura accademica, un retaggio del­l’epoca coloniale. Ci sono alcune analogie con il movi­mento studentesco europeo del 1968. In America Latina la rivendicazione dell’autonomia universitaria è stata il principio di un lungo processo di moderniz­zazione della vita sociale e politica, collegato anche alla nascita dei partiti comunisti. E una base di modernizzazione che io chiamo «la riforma culturale» latino-americana del 1918, con l’obiettivo di includere nell’insegnamento le idee nuove ed avanzate. Per questo si chiedeva la libertà di cattedra, il di­ritto alla pluralità di insegnamento, la partecipazione degli studenti al potere universitario, la libertà di scelta dei professori, l’introduzione nei programmi delle nuove conquiste scientifiche.

Quel movimento politico nato in Argentina fa molta strada, dal 1918 in poi, in tutta l’America . Noi ci arriviamo solo nel 1944: è allora che in Guatemala c’è chi raccoglie la bandiera della riforma dell’ autonomia universitaria. Ubico si oppone a questo: nel corso di uno scio­pero usa la cavalleria per reprimere la manifestazione legli scontri anch’io resto ferito. Ben presto la lotta comincia ed arrivano i primi martiri. Questi episodi di violenza portano ad un’impo­nnte mobilitazione popolare, con il primo grande sciopero nazionale che obbliga il dittatore a dimette­rsi. Ciò accade il 25 giugno 1944. Gli Stati Uniti, per ora, sono contentissimi di come vanno le cose: quel «signore» era troppo legato agli interessi tedeschi e con le sue dimissioni la situazione cambia a loro favore. Ma nello stesso tempo non vogliono che il cambiamento sia gestito da quei giova­notti troppo focosi e così sostengono un gruppo politico costruito «ad hoc» e di stretta fiducia, con il quale pensano di assumere il controllo definitivo degli eventi. Noi però non lo permettiamo. Qual era il nostro programma? Chiedevamo un candidato neutrale, né conserva­tore né liberale, perché entrambi gli schieramenti rap­esentavano gli interessi dell’oligarchia. Volevamo qualcosa di nuovo e chiedevamo soprattutto l’autono­mia. Era dei nostri un giovane e brillante militare, lau­reato in filosofia: Jacobo Arbenz. Questi era capitano dell’esercito, in esilio perché non aveva voluto sotto­mettersi alla repressione ubiquista, malgrado fosse stato un «portabandiera» della Scuola Militare; quel che si dice una personalità di sicuro avvenire, con solide basi familiari; era figlio di un economista svizzero emigrato nel nostro Paese. Questo particolare è di una certa importanza, perché significava che non aveva al­cun collegamento con l’oligarchia del luogo. Per inciso, Arbenz ed io eravamo ambedue allievi di un professore universitario assai noto all’epoca, di origine siciliana. Questo giovane ufficiale è in procinto di rientrare dopo le dimissioni del tiranno: i Nordamericani, per sostituire Ubico avevano creato una giunta di generali; per cui, andato via lui, rimaneva l’«ubiquismo». Nel frattempo all’interno dell’ opposizione si af­ferma sempre più la candidatura di Juan José Arévalo, il più deciso nella lotta contro quel sistema di potere e, per questo, uomo di grande popolarità. Più passava il tempo e più si capiva che il processo pacifico di transizione dalla dittatura alla democrazia era impossibile: Arbenz per primo ritiene necessaria una vera e propria battaglia per arrivare alle elezioni democratiche. Così decide di rientrare in Guatemala, da solo: du­rante la marcia dalla frontiera con il Salvador, dove era rifugiato, alla capitale egli raccoglie attorno a sé un gruppo di persone decise ad agire; arrivato in città, si mette in contatto con noi studenti e lavora al suo piano d’azione, mentre è già cominciata la repressione ed Arévalo, il candidato della democrazia, è costretto a nascondersi. Il procedimento elettorale non può più aver luogo senza prima abbattere la giunta dei generali e per que­sto Arbenz organizza con noi la presa della Caserma centrale; con uno stratagemma riusciamo ad entrare, incontriamo una debole resistenza ed ammazziamo solo qualche soldato: con rapidità estrema prendiamo il controllo della caserma più importante di Città del Guatemala, dove si trova il Comando militare. Per questa fulminea azione abbiamo la collaborazione di un maggiore, che apre il portone al momento giu­sto. In città prendiamo subito in pugno la situazione, con quei carri armati e quei cannoni requisiti, che ci permettono di iniziare la guerra civile. Fortunata­mente la battaglia è circoscritta alla capitale: la destra non ha il tempo di organizzarsi, perché l’azione di Ar­benz è troppo rapida e impone quasi subito, al gruppo dei generali di una giunta indebolita e divisa, la capito­lazione. Così il 20 ottobre 1944 andiamo al potere, sulla spinta di una lotta armata. Si crea una giunta rivoluzionaria provvisoria, composta dal capitano Arbenz, il maggiore Arana (quello che aveva aperto la porta della caserma) e Jorge Toriello, un civile, rappresentante delle forze della borghesia democratica del Paese. Questo nuovo pro­cesso di transizione, stavolta rivoluzionario, serve ad indire le elezioni: Arévalo, che era nascosto, può tor­nare, fare la sua campagna elettorale e vincere. Di­venta, nel 1945, il primo presidente democratico del Guatemala. La giunta rivoluzionaria, rimasta in carica giusto il tempo per garantire il nuovo corso democratico, si scioglie; Arévalo nomina Arbenz ministro della Di­fesa, ma commette anche un grave errore: pone a capo delle Forze Armate (una carica militare inedita fino ad allora) Francisco Javier Arana, l’ormai noto maggiore “che aprì il portone”. Fu uno sbaglio perché costui, più tardi e precisa­mente nel 1948, tenterà una sollevazione militare che fallisce solo grazie a quell’uomo straordinario che era Arbenz, il quale organizza la resistenza popolare, sconfigge militarmente i ribelli ed elimina i «golpisti» (anche Arana morirà nell’occasione). Fu la prima lotta intestina che il governo democra­tico doveva affrontare, il segnale che l’esercito comin­ciava a dividersi; si creava così quell’ala anticomunista e antirivoluzionaria che si rivelerà determinante in oc­casione del colpo di stato del 1954.

Nel 1951 si organizzano nuove elezioni, che por­tano alla presidenza lo stesso Arbenz. Qui comincia il secondo processo storico del periodo democratico. Questo governo è più radicale del primo, perché in due anni e mezzo progetta il più importante processo di trasformazione economica del Paese: l’eliminazione della vecchia struttura dei latifondi, tradizionale stru­mento di potere dell’oligarchia. Inoltre si espropriano alla United Fruit qualcosa come 83.929 ettari di ter­reno. Per tutti questi motivi siamo nel momento più avanzato del processo democratico. Il programma di Arbenz si articola su tre punti principali: riforma agraria; trasformazione e ridu­zione del monopolio; limitazione dell’egemonia eco­nomica statunitense. La United Fruit dominava, oltre al treno (tramite la compagnia IRCA, lnternational Railway of CentraI America), la Empresa Electrica de Guatemala (EEG) ed i porti. Allora noi abbiamo fondato un’impresa elettrica nazionale, abbiamo modificato e modernizzato l’auto­strada e creato i nostri porti in alternativa a quelli di proprietà nordamericana. Senza parlare dell’apertura di nuove scuole, del lancio di imprese editori~li e di tutte le altre iniziative culturali di quegli anni. E’ stato un movimento molto ricco: abbiamo veramente trasformato il medioevo guatemalteco in un processo di sviluppo moderno. Scopo principale della nostra azione era il poten­ziamento delle infrastrutture per allargare il mercato interno e, successivamente, tentare il gran passo della nazionalizzazione del petrolio. Un episodio significativo di come il governo Ar­benz rappresentasse un pericolo per i Nordamericani si verifica nel 1951 , quando spezziamo il monopolio sui trasporti della United Fruit con la costruzione della strada verso l’Oceano Atlantico. Su quella costa, a San Tomas, proprio di fronte alla diga sul porto costruita dalla United Fruit, ne abbiamo alzata una cinque volte più grande. Il monopolio del treno è praticamente scavalcato: costruiamo l’autostrada, un vecchio sogno del Guate­mala, così sentito che in passato il Belize era stato con­cesso agli Inglesi proprio in cambio della costruzione di quella strada verso l’Atlantico, mai realizzata. Come detto eravamo pronti al passo più importante della nostra emancipazione: una legge per nazio­nalizzare il petrolio. Quel balzo in avanti, immediata­mente prossimo sulla strada dell’indipendenza, ci èstato impedito deliberatamente.

Cosa fa allora la United Fruit? Innazitutto si pro­duce un cambiamento importante negli Stati Uniti, con l’avvento della presidenza Eisenhower, che as­sume come segretario di Stato Foster Dulles, l’avvo­cato consigliere della United Fruit. I Nordamercani, ancora in buoni rapporti, vor­rebbero che Arbenz facesse un’eccezione con loro nel­l’applicazione della legge sugli espropri, ma questi non accetta. Perciò organizzano il complotto. Non dimentichiamo il periodo storico: in quel momento Foster Dulles è impegnato nella «guerra fredda». Noi siamo completamente isolati. Il primo passo è quello della condanna del Guate­mala da parte dell’Organizzazione degli Stati Amer­cani (OSA) a Caracas. In effetti avevamo comprato delle armi in Europa e su questo episodio è stato mon­tato uno scandalo internazionale.  Leggendo i giornali dell’epoca si possono rico­struire gli avvenimenti: il piroscafo che trasportava le armi era al centro dell’interesse dei mass-media, che avevano creato il massimo allarme attorno alla vi­cenda. Quando quella nave è arrivata in porto, il gruppo fascista dei militari si è impossessato del carico e non ci ha. permesso di organizzare la resistenza. Siamo rimasti senza fucili, in balìa della componente reazionaria dell’esercito, collegata con l’imperiali­smo. Il secondo, decisivo passo avviene nel 1954, sem­pre su iniziativa di Foster Dulles: è l’organizzazione dell’invasione armata del Paese. Alla testa della som­mossa gli USA mettono Castillo Armas, garantendogli l’appoggio dei dittatori Somoza del Nicaragua e Tru­jillo di Santo Domingo. E utilizzano l’Honduras come rampa di lancio per il «raid», perché è la nazione dove l’United Fruit domi­nava, con il controllo diretto della metà delle terre. Tuttora l’Honduras ha questo ruolo nei confronti del governo sandinista del Nicaragua, proprio per il po­tere esercitatovi dalla multinazionale nordamericana. Castillo Armas era un colonnello, direttore della Scuola Militare di Città del Guatemala all’epoca di Ubico; la CIA lo utilizza per il« golpe», dopo che già in passato aveva tentato di prendere una caserma della capitale con una tattica simile a quella attuata nel 1944 da Arbenz. Ma quella volta, contro un movimento popolare come il nostro, Castillo Armas aveva fallito. Nell’im­presa erano morti tutti i suoi uomini, mentre lui, fe­rito, era finito in prigione. Allora si organizza un altro complotto: il governo colombiano, gli Stati Uniti ed il nunzio apostolico organizzano per Castillo Armas un’evasione rocambolesca. Viene scavato un tunnel enorme, complice una parte dell’esercito, dal quale egli fugge come un eroe; su di lui si costruisce l’immagine del salvatore della patria dal pericolo comunista. Quest’uomo organizza un gruppo di mercenari provenienti dal Nicaragua, dall’Honduras, da Santo Domingo che attaccano il Paese con l’appoggio del­l’aviazione americana. Ma per questo capitolo di storia è sufficiente leg­gere le memorie di Eisenhower, dove spiega come è stato felice di fare tutto questo contro di noi. Dunque siamo stati la prima vittima della guerra fredda. Foster Dulles, dopo il ripristino de!la dittatura militare, parlerà della “gloriosa vittoria”. E’ per questo che il grande pittore guatemalteco Diego Rivera ha realizzato quel magnifico quadro, custodito ancora oggi dalla Repubblica Popolare Cinese, che si chiama appunto «La gloriosa vittoria» e che è l’equivalente del «Guernica» di Picasso. In sintesi l’atteggiamento statunitense verso quel­l’esperienza democratica può riassumersi così: gli USA hanno imposto all’Organizzazione degli Stati Ameri­cani il «diritto di intervento» all’interno del Guate­mala (e successivamente in tutta l’America Latina), per impedire, con il pretesto della «minaccia comuni­sta», il processo di liberazione guatemalteco, un mo­dello che poteva estendersi a tutto il continente.

Intervista registrata a Daverio (Varese) nell’aprile 1982 e parzialmente pubblicata anche sul quotidiano La Prealpina dell’epoca.

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , | 2 commenti

Anche El Periodico de Guatemala ricorda Jaime Diaz Rozzotto

Opinión:

Jaime Díaz Rozzotto (1918-2011)

Ocaso de la revolución democrático-burguesa.

EDUARDO ANTONIO VELÁSQUEZ CARRERA

A fallecido en el exilio, en Francia, el filósofo guatemalteco Jaime Díaz Rozzotto. Nacido en la ciudad de Quetzaltenango, el 18 de diciembre de 1918. En 1937 se gradúa de maestro en la Escuela Normal. Otro grande de la generación que hizo posible la Revolución de Octubre de 1944-54. Durante aquellos años se desempeña como Jefe de Redacción del Diario de Centro América, preside el Partido Renovación Nacional y es miembro del Tribunal Supremo Electoral. Era Secretario Privado de la Presidencia cuando sucede la intervención norteamericana en junio y julio de 1954.

Como otros destacados guatemaltecos, entre los que podemos mencionar a Manuel Galich, Luis Cardoza y Aragón, Juan José Arévalo Bermejo, Raúl Osegueda Palala y Carlos González Orellana que escribieron valiosos libros inmediatamente después de la caída del coronel Árbenz Guzmán, Díaz Rozzoto obtuvo en 1951 la licenciatura en Filosofía en la Facultad de Humanidades –fundada en los años de  gobierno del maestro Arévalo Bermejo– de la Universidad de San Carlos de Guatemala –Usac–. Posteriormente en 1958, se doctoró en Filosofía en la Universidad Nacional Autónoma de México  –UNAM– cuya tesis fue publicada en México, D. F. y posteriormente en Francia. Se titula El carácter de la revolución guatemalteca, Ocaso de la revolución democrático-burguesa,  que fuera traducida al francés y al ruso. Yo tuve la oportunidad de conocer, en la Universidad de Sao Paulo, en Brasil, esa versión francesa. Trata sobre el carácter de la Revolución y de la especificidad del desarrollo del capitalismo en el país. Nunca ha sido publicada en Guatemala, a pesar de ser un importante libro sobre nuestra historia.

En los años del exilio fue profesor en universidades mexicanas y francesas. No solamente de Filosofía y Sociología sino también de Literatura Hispanoamericana. Además del libro señalado escribió en 1966 La genealogía del neopositivismo, una de las primeras críticas a la filosofía analista. Para 1973 publica en Lucerna, Suiza, su libro América Latina: Como se forja un continente. Su novela El Generalísimo del Caribe, prologada por Miguel Ángel Asturias es publicada en París en 1971, la que posteriormente es traducida al italiano. El papel quemado fue publicado en Guatemala en 1993 por Serviprensa  y  traducido al francés en 1996.

El escritor José “Pepe” Mejía tuvo la feliz idea de entrevistarlo en torno a los eventos acaecidos en la Casa Presidencial y en el Palacio Nacional en los fatídicos días de junio y julio de 1954. Dicho trabajo se titulo El Presidente Árbenz,  la Gloriosa Victoria y la lección de Guatemala que publicamos en el Centro de Estudios Urbanos y Regionales –CEUR– como un documento para la historia y posteriormente como parte del libro  Jacobo Árbenz Guzmán: El Soldado del Pueblo sobre los sucesos que muestran bien la traición del Ejército Nacional al Presidente Constitucional de la República, a la soberanía nacional y al pueblo de Guatemala. Díaz Rozzotto tuvo largas conversaciones con Manuel José Arce y Leal, quien escribe  la obra de teatro: El Coronel de la Primavera. Para lectura  y conocimiento de las nuevas generaciones.

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Un ricordo di Jaime Diaz-Rozzotto pubblicato sul quotidiano L’Est Républicain

L’Est Républicain, 1 novembre 2011

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , | 1 commento

Addio, Jaime

Jaime Diaz-Rozzotto ci ha lasciato in un giorno di fine  ottobre di questo 2011 e di quei 93 anni della sua lunga e avventurosa esistenza. Chi lo conosceva personalmente avrebbe dovuto essere preparato da questi ultimi mesi di sua sofferenza fisica, ma certe notizie ti spiazzano sempre. O almeno questo è successo a me, nonostante abbia avuto il privilegio di ricevere continue informazioni sul suo stato di salute dalla moglie, Marcella, che con pazienza ed amore ha fatto da tramite tra lui – che ha dovuto alternare alla casa di Besançon numerosi ricoveri in ospedale –  e gli amici sparsi nel mondo. Dopo essere stato avvisato telefonicamente dai comuni amici Alberto Tognola e Angelo Chiesa, quasi contemporaneamente, ho dovuto stemperare l’emozione nel ricordo. E il ricordo è andato immediatamente a quel 1982 quando, 28enne stagista di un quotidiano di provincia impegnato nella routine della cronaca locale, sono stato richiamato dalla sua testimonianza – che così generosamente mi aveva concesso in occasione di uno dei ricorrenti travagli politico-sociali del suo Paese – ai fatti della Storia importante, quella che cambia le vite degli uomini nel bene e nel male. Intendiamoci, la Storia è sempre intessuta di eventi locali – mai banali nella loro necessità – ma difficilmente siamo chiamati a mettere in relazione la nostra quotidianità con quello che succede ad altre latitudini.Eppure, si dice che “il battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”. Ebbene, per me la testimonianza di vita di Jaime  è stato quel battito d’ali.

Pubblicato in Senza categoria | 2 commenti

“Il giardino dimenticato”

“Il giardino dimenticato”

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

3_Guerra delle banane, da Liberazione

Guerra delle banane, da Liberazione

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

2_Arte e magia: il Popol Vuh

Seminario presieduto da Miguel Angel Asturias sul contributo di Jaime Diaz Rozzotto: ”El Popol Vuh, fuente estetica del realismo magico de M. A. Asturias” (“Il Popol Vuh, fonte estetica del realismo magico di M. A. Asturias”)

PRIMA PARTE

Il magico nell’opera letteraria di Asturias

La Prof.ssa Chenu dell’Università di Paris VIII chiede se non si debba distinguere tra Nahual, Nahualismo e Natal e se non sia possibile assimilare il Natal a quello che i sociologi chiamano Totem e ridurre il Nahual a una pura relazione individuale tra l’uomo e l’animale che lo protegge, dando origine a una sorta di triade (reminiscenza del 3 sacro) come base strutturale di certe leggende. Si chiede se non sarebbe possibile parlare di corrispondenza tra la struttura cosmogonica e una specie di geometria letteraria che permetterebbe di distinguere il magico nel Popol Vuh dal magico strutturato nella letteratura.

Miguel Angel Asturias risponde ricordando il libro dei Cakchiquel, gli Anales de los Xahila; accetta che sia stato molto frequente presso quei popoli tribali e nomadi che gli elementi naturali fossero umanizzati. Aggiunge che quando scrisse Leggende del Guatemala, circa quarant’anni fa, le sue conoscenze erano molto vicine a quelle del suo professore, Georges Reynaud. È così che uno si rende conto della duplicità dei personaggi  nelle leggende indigene poiché vi si parla di una triade di personaggi venuti dall’acqua, dal vento… Asturias accetta dunque l’idea del 3 sacro di religioni e cosmogonie.

Per quel che riguarda il Natal, Asturias lo rifiuta poiché questo termine è estraneo alla mentalità americana, al modo di pensare autoctono; il Natale gli sembra un termine di origine anglosassone, legato a Gesù Bambino, insomma una espressione cristiana. Invece il Nauhal è per lo scrittore che si basa su una spiegazione popolare, una delle manifestazioni rituali attraverso le quali si cerca un nome al neonato. Di più, Asturias  propone un’ interpretazione sincretica che assimila l’idea cristiana dell’Angelo Custode o dei Sette Angeli Custodi che accompagnano ogni creatura cristiana dalla nascita, con il Nahual o animale protettore del bambino indigeno; il caso, elemento primordiale nella vita primitiva, ha una funzione determinante come lo si vede seguendo questa interpretazione del folklore guatemalteco: quando viene tagliato al neonato il cordone ombelicale, che è poi  seppellito vicino alla sua casa, si sceglie come animale protettore del bambino indigeno quello che passa per caso al momento della sua nascita.

Miguel Angel Asturias chiede a sua volta  che differenza fa la Prof.ssa Chenu fra il Nauhal e il Natal. La Prof.ssa Chenu risponde riferendosi alle Leggende del Guatemala, nelle quali incontra una funzione più importante del totem, come paternità collettiva, piuttosto che del Nauhal che riduce a un vincolo personale tra l’individuo e l’animale protettore. A ciò Miguel Angel Asturias risponde dicendo che condivide questa ultima formulazione; aggiunge che le conoscenze a proposito di ciò che significa il Nauhal  si limitano a quanto è segnalato dai cronisti spagnoli  – meravigliati dalla metamorfosi dell’uomo in Nauhal e viceversa – e da quanto è celebrato nella tradizione popolare e nel folklore guatemalteco, e ciò si riassume a un gran mistero, a un gran stupore; lo stesso che Asturias scopre fra gli Europei quando parlano del lupo mannaro o del settimo figlio che si trasforma in lupo nel folclore portoghese e galiziano.

Jaime Diaz Rozzotto precisa che il suo contributo ha un orientamento chiaramente storico. Desidera evitare che si veda nell’opera di Asturias una variante dell’etnologia o dell’antropologia Quiché e insiste sulla verità poetica come elemento essenziale della letteratura, distinta dall’astrazione razionale inerente alla conoscenza scientifica. Sottolinea la differenza che esiste tra il creatore che si attiene alle immagini e alle metafore che ricreano il mondo, e il critico che analizza razionalmente la traslazione letteraria senza tradirla. In altre parole, J.D.R difende il carattere  peculiare dell’opera letteraria, che non si confonde con le scienze naturali o sociali nella ricerca degli elementi costitutivi della preistoria indigena trasmessi dal Popol Vuh, e l’elemento estetico presente in questo manoscritto che ispira l’opera creatrice di M. A. A.

Per evitare l’anacronismo inevitabile nelle opere dei cronisti spagnoli, J.D.R. propone l’idea di consanguineità, scoperta da Lewis H. Morgan nel suo celebre libro Ancient Society: verità storica della preistoria umana. Le prove addotte da Morgan sono la Confederazione di Mayapan, ultima tappa dell’organizzazione sociale consanguinea dei Maya, superata dalla caratterizzazione che fa il Popol Vuh della preminenza raggiunta fra i Quiché dai capi o caudillos militari, mettendo in evidenza  così il sorgere imminente dello Stato Quiché che la conquista spagnola rese impossibile. È appunto il disprezzo o l’ignoranza del carattere  consaguineo delle società precolombiane che ci porta a forgiare “occidentalismi” come  quello di chiamare dei, santi, re coloro che non hanno niente in comune con una simile astrazione e con un simile sviluppo politico.

Lo stesso succede con la magia, che possiamo concepire solo come un’espressione del soprannaturale, dimenticando che è la forma della conoscenza dell’uomo preistorico. L’essenza di questo sapere preistorico è metaforica, si serve appunto della traslazione poetica  partendo dalla realtà concreta. Lévy-Strauss ha infatti ragione quando afferma, opponendosi al supposto uomo alogico di Lévy-Bruhl, che il selvaggio possiede una buona e vigorosa ragione. Chi conosce questi suoi scritti sa che per l’indio americano, come per il negro africano, era molto difficile capire le ragioni astratte del colonizzatore europeo. In poche parole, se per loro non esisteva nessuna difficoltà a sapere cos’era, a conoscere il pino concreto piantato sulla soglia della loro capanna, l’idea astratta di albero era loro completamente estranea. Naturalmente l’idea astratta si fonde all’interno della conoscenza concreta del pino piantato davanti alla capanna o, detto gnoseologicamente, essi percepiscono l’essenza delle cose all’interno della conoscenza sensibile. Tale approssimazione determina l’incertezza poetica o, se si preferisce, la verità poetica è al contempo menzogna e verità, a seconda che il concreto determini l’astratto o lo nasconda. In ogni caso, il sapere magico parte dall’esperienza, si nutre dell’esperienza, ciò che gli dà un’obiettività tanto certa come quella che si può raggiungere con la conoscenza scientifica razionale. Sulla base di questa caratterizzazione della conoscenza magica, J.D.R. segnala che la nozione di totem è stata offuscata da concezioni anacronistiche che legano il feticismo a più di un concetto metafisico e religioso occidentale. E in merito al Nauhal, se seguiamo  l’esperienza di Morgan, questi lo interpreta come il nome della “gens” che permette di distinguere i vari gruppi tribali fra loro, agli effetti del matrimonio consanguineo e dell’eredità e delle prevalenze patrarcali o matriarcali inerenti al matrimonio dell’uomo preistorico. Corrisponde all’uso del toponimo fra i popoli civilizzati.

Per finire, J.D.R  sottolinea che nel Popol Vuh il concetto storico di individuo, l’individualismo, non può essere presente, perché, come lo sostiene l’abate Brasseur de Bourbourg, l’idea di antenato nel significato individuale della famiglia contemporanea, vi è sconosciuto, il termine “mam” è una acquisizione tardiva, trovata al contatto del conquistador spagnolo! Nel Popol Vuh c’è solo il “mamaxel”, cioè l’antenato eponimo, ossia il fondatore ancestrale di una comunità; ciò  non significa che gli indi, come l’ha affermato giustamente M. A. A. , siano incapaci di manifestarsi individualmente, evoluzione d’obbligo nella coscienza dell’indigeno contemporaneo, che un uomo come Asturias non poteva non percepire, visto che tutta la sua opera creatrice è intrecciata con il magico della “gens” e il sociale contemporaneo.

La Prof.ssa Dorita Moreau (Univ. di Limoges) considera che M. A. A è il padre del romanzo contemporaneo più che il figlio del Popol Vuh, la sua opera non è antropologia, ma creazione letteraria. Per lei il problema della magia è ridotto a una relazione binaria: luce, la creazione letteraria; oscurità, il nulla, tutto quello che non è letterario, perchè prima e dopo la creazione letteraria non esiste nulla. La creazione lettteraria sgorga dal solo creatore, lo scrittore; basta chiudere gli occhi perchè tutto quello che circonda lo scrittore scompaia.

Il Pr. Noël Salomon (Univ. di Bordeaux) si scusa di intervenire nella discussione essendo il Presidente della Société des Hispanistes e in quanto tale non vuole entrare nel dibattito. Gli sembra però che il tema fissato per la discussione: “Il magico nella letteratura latinoamericana o indo-latino-contemporanea” non è mai stato assente nell’intervento dell’amico Diaz-Rozzotto che ha detto delle cose veramente importanti. Ha risposto alla domanda che aveva formulato il giorno prima: “ne sono molto felice, sono qui per imparare”. Certo – ed è quello che ci ha detto Diaz Rozzotto – M.A.A.  è fonte di se  stesso, è evidente. Ci ha detto anche che ha scelto di interessarsi a certi testi. Di fronte al problema delle fonti, è sempre la stessa cosa: c’è l’erudizione morta  che consiste a fare archeologia, a spiegare l’autore attraverso le fonti. Ma se la fonte è interessante, anche la scelta della fonte lo è, se un poeta decide di abbeverarsi a una certa fonte, dobbiamo tenerne conto, dobbiamo prendere in considerazione questa fonte, diciamo, prepoetica. Si tratta dello stato preletterario della creazione e siamo costretti a prenderlo in considerazione; come ce l’ha detto molto gentilmente Diaz Rozzotto. Siamo tutti d’accordo, credo, Prof.ssa Moreau.

Il Pr. Tebib (sociologo all’Univ. di Reims) e il Pr. Minguet (Univ. di Nanterre) intervengono a loro volta. D’accordo con l’intervento di Diaz Rozzotto, il Pr. Tebib desidera sollevare il problema dell’impatto culturale dell’opera di Asturias come sociologo e uomo politico contemporaneo che è riuscito, come succede del resto in Africa e in tutti i movimenti di rinascita nazionale, a ridare coscienza del suo passato al popolo guatemalteco e questo è possibile solo perche è esistito il Guatemala del Popl Vuh.

Il Pr. Minguet precisa che a suo parere il contributo di Lévy-Strauss è stato di aver mostrato l’identità dei processi mentali negli uomini, processi che sono razionali, malgrado le differenze fra primitivi e civilizzati; inoltre il pensiero, o la sua espressione, è sempre metaforico, anche se questo è stato dimenticato in certe lingue.

J.D.R. risponde di essere d’accordo con il Pr. Minguet quando dice che Lévy-Strauss ha eliminato la falsa idea del preteso uomo a-logico primitivo. Ma non condivide interamente la teoria del libro La Pensée Sauvage di Lévy- Strauss per le seguenti ragioni :

1) il processo cognitivo in Lévy-Strauss lascia da parte la differenza tra pensiero astratto e pensiero sensibile; nell’uomo preistorico manca l’astrazione razionale, ciò che non vuol dire che non possegga la ragione; ma la sua ragione non riesce a differenziare il generale dal particolare. Ha piuttosto una conoscenza concreta, ciò che afferma precisamente Lévy-Strauss. Per questo l’uomo primitivo si serve della metafora come un mezzo per afferrare la molteplicità delle particolarità che una  cosa determinata  può  avere, da una parte; dall’altra, perchè trova nella metafora la possibilità di spiegare ciò che  non è conosciuto con ciò che è già conosciuto. Non avendo una conoscenza essenziale delle cose, è costretto  a definire tutto mediante l’esperienza sensibile, attraverso la quale, come è noto, si riesce a percepire il particolare e l’essenziale confusi. Il selvaggio conosce attraverso il gusto, l’odore, il suono, questa foglia, quel fiore, ma come l’abbiamo detto più su, non ha la nozione di fiore, di albero, ecc. Insomma, non possiede le categorie scientifiche, ma la conoscenza empirica dei fenomeni e delle cose. Detto questo, l’uomo selvaggio o tribale possiede un sapere sperimentale, che cerca di ridurre alla sua volontà  e di dominarlo con questa stessa volontà, ma gli sfuggono le leggi essenziali del mondo.

2) A questo proposito J.D.R. non è d’accordo con l’idea di una scienza premonitoria o integrale presso i selvaggi che si opporrebbe alla scienza positiva o materiale dell’uomo moderno, poiché tanto la scienza magica del selvaggio quanto la scienza moderna dell’uomo civilizzato si fondano sull’osservazione e sull’esperienza.

3) Considera inoltre che l’idea di Lévy-Strauss di opporre la causalità scientifica dell’uomo civilizzato a ciò che è casuale presso l’uomo selvaggio non è vera. Il fatto che l’uomo selvaggio cerchi di dominare il suo mondo per servirsene, non solo per soddisfare i bisogni primordiali, ma anche i bisogni sociali e culturali,  lo obbliga a fare una specie di ripetizione attraverso la danza  o il gioco di ogni sua esperienza umana. Come ogni uomo, egli desidera prevedere, ma l’assenza di una conoscenza essenziale delle cose lo spinge a una sorta di imitazione degli aspetti esteriori che ha osservato in ogni fenomeno o cosa che lo circonda; e se si aggiunge che non riesce a distinguere fra se stesso in quanto essere umano e la natura che lo circonda, la forza del “conjuro” come lo chiamano gli spagnoli (lo scongiuro) diventa chiarissima, è il desiderio di dominare perfino il calcolo delle probabilità, illustrato generalmente con la tegola che cade sulla testa di un passante.

SECONDA PARTE

Discussione intorno a Hombres de Maiz (Uomini di mais)

M. A. Asturias apre la seconda parte del seminario invitando i professori presenti a formulare i loro dubbi  o le loro domande a proposito della lettura di questo romanzo, che considera come una opera che si ricrea continuamente.

La Prof.ssa Jacqueline Tauzin (Univ. di Clermont-Ferrand) desidera sapere, a proposito dei miti mediterranei presenti in Hombres de Maiz, se questa interpretazione non è una forma neocolonialista di negare i caratteri peculiari guatemaltechi.

M. A. A. precisa per chi sostiene una simile tesi, che per capire le sue opere è necessario conoscere la vita dei Maya, dei Quiché, degli Aztechi, dei Nahuatl; ma che tuttavia, siccome il fondo umano è uno, non deve sembrar strano che si desideri ridurre i miti degli altri popoli alla mitologia del bacino mediterraneo.

Rispondendo affermativamente a un partecipante che gli chiede se è lui stesso il primo personaggio di Hombres de Maiz nella sua qualità di interprete di un sentire indigeno e di una lingua che non sono suoi, M. A. A. ricorda che quando scriveva questo libro negli anni 1948-49 si serviva della scrittura meccanica dei surrealisti:  “pagine e pagine sono scritte per così dire senza l’intelligenza dell’uomo occidentale, cioè quello che sentivo lo mettevo, lo mettevo, lo mettevo, e quasi subito dopo non toglievo nulla,  mi era praticamente impossibile, per questo la frase di Hombres de Maiz non è come negli altri miei romanzi  – una frase rettilinea, che ha una missione da compiere, se si vuole poetica … in Hombres de Maiz le frasi ondeggiano, le frasi creano altre frasi fra di loro, si foggiano in modo diverso… c’è una affabulazione della frase, la parola acquisisce il suo carattere sacro, che credo sia una delle conquiste della letteratura latinoamericana, messicana, guatemalteca, incaica, colombiana. Voglio dire che la parola assume, all’interno della nostra lingua, lo spagnolo che parliamo noi, il valore che aveva perso nel castigliano. Il castigliano si serve di frasi enormi nelle quali campeggiano ”dove, quando, cui” e altre di queste cose. Noi, seguendo forse un po’ i francesi, ci serviamo di una frase corta, e dopo la frase corta abbiamo ottenuto la parola che definisce un capitolo, che definisce una frase. Per questo credo che nella mia ricerca letteraria, la parte più difficile per me è la parola che deve interpretare il sentire approssimativo della terra americana. Il problema per me non era scrivere, il mio problema era trasmettere, cosa che non ci è possibile, perché per trasmettere abbiamo bisogno  nel futuro di uno scrittore che sia veramente indigeno, non un meticcio; cioè trasmettevo fin dove mi era possibile con una lingua che non era  proprio mia, un sentimento americano delle cose americane… io scrivo, però, sullo sfondo, dietro di me, c’è un rumore d’acqua, c’è  uno scroscio di pioggia, c’è un fruscio di foglie che mi stanno dando una sensazione di movimento che non corrisponde al castigliano, ma a uno spagnolo molto nostro, a uno spagnolo nel quale naturalmente non esiste la sintassi castigliana e nel quale tutto è illogico, tutto è inventato, noi, ogni giorno, dobbiamo inventare…”.

In altre tre domande (Prof.ssa Tauzin, Prof.ssa Chenu dell’Università di Vincennes e una studentessa) a proposito di Hombres de Maiz viene chiesto, primo, se è possibile vedere in Miguelita de Acatan e nel viaggiatore O’Neil l’interpretazione di un mito moderno; secondo, se la leggenda di Cuculcan aggiunta tardivamente alla prima edizione di Leyendas de Guatemala, può essere interpretata come l’apoteosi o l’universalizzazione di queste leggende con il tema ispanicola vita è un sogno”; terzo,  quali sono il significato e la valenza della metamorfosi in Hombres de Maiz.

Le risposte di M. A. A. confermano, in primo luogo, che il viaggiatore O’Neil si ispira al fatto reale che il famoso drammaturgo nordamericano, Eugene O’Neill,  conosciuto nel mondo intero, aveva vissuto in Chiantla, piccolo villaggio ridente delle Ande guatemalteche, in un periodo della sua vita in cui faceva il rappresentante delle macchine da cucire Singer;  in  secondo luogo, effettivamente Cuculcan è un’aggiunta posteriore nella quale si rivela meglio ciò che ha imparato e conosciuto sulla cultura indigena, vi è una applicazione della meccanica del Rabinal Achi con un altro contenuto, e dell’angoscia della poesia nahuatl stretta tra le finitudine della vita umana e l’aspirazione all’eternità, che si apparenta alla tematica di Ovidio e di Orazio e di conseguenza con l’idea che la vita è sogno; e per finire, se si vogliono capire le metamorfosi in Hombres de Maiz, bisogna partire da quello che succede in un mondo quasi vegetale, come nel caso della leggenda delle “tecune”, la donna che se ne va dal focolare indigeno – ed è il castigo di Maria-Tecun, trasformata in pietra per aver abbandonato il suo uomo.

TERZA PARTE

Il teatro in America Latina

La discussione sul teatro in America Latina è centrata intorno all’idea esposta dalla Prof. ssa Ricau dell’Università di Reims che si chiede perché il teatro latinoamericano non abbia avuto uno sviluppo importante come quello raggiunto sino ad oggi dal romanzo di questo continente.

M. A. A. risponde che tutte le manifestazioni sceniche dell’arte precolombiana furono proibite perché gli spagnoli le consideravano una espressione diabolica contraria alla fede cristiana; ma oltre ad aver proibito  le danze e il teatro indigeni, gli spagnoli furono molto restii anche nei confronti di una manifestazione artistica che si trasformò molto velocemente in un veicolo di idee libertarie fra i creoli e i meticci. Di conseguenza il teatro non ha avuto in America Latina un vero sviluppo, se si eccettua l’Argentina dove si può dire che ci fu una vera e propria continuità  dalle canzoni e danze popolari (rancheras), le laudi drammatiche (loas), il teatro  “gauchesco”, Florencio Sanchez fino ai nostri giorni. Inoltre, il teatro ha bisogno di un pubblico  competente, che conosce l’arte scenica. In America Latina, compresi i paesi con una  densa popolazione indigena, vi è un grande interesse per il teatro.  Come lo prova il caso del Guatemala democratico degli anni 1944-1954 quando si mise in pratica l’esperienza della “barraca lorquiana”: gli indigeni aspettavano con due o tre ore d’anticipo l’arrivo degli attori. Però quando non c’è questo clima democratico  le danze così varie e ricche di valore scenico, come Il Ballo della Conquista (El Baile de la Conquista), quello del Cervo, quello del Serpente in Guatemala e quello dei Vecchierelli in Michoacan, ecc., vengono messe in  disparte e languiscono. Spiegando il repertorio teatrale di queste manifestazioni precolombiane, di cui ci è pervenuto solo il Rabinal Achi del Guatemala e le danze citate più su, M. A. A. precisa che per il pensiero indigeno, il serpente rappresenta un forza terrestre, naturale, vegetale, ciò che permette allo scrittore di spiegare come Quetzalcoatl sia un glifo formato da due elementi plastici, quello del serpente e  quello delle  piume del quetzal, il quale simboleggia, secondo il messicano Miguel Portilla, l’inizio dell’idea di Dio fra gli indi.

Jaime Diaz Rozzotto, fondandosi sull’opera di Vargas Iturbide, aggiunge che la parola “coatl” da cui deriva la forma colloquiale contemporanea “cuate” (il fratello o il “doppio” fra i Messicani) ha come origine l’idea di una forte fecondità, poiché il serpente (coatl) partorisce due piccoli per volta. In altre parole, si tratta del potere di fecondare che l’indio ha bisogno di dominare con un fretta tanto più grande in quanto il suo benessere o la sua disgrazia dipendono da una buona o da una cattiva raccolta di mais. Curiosamente, in alcune isole dell’Oceania, in cui  le idee religiose occidentali sono penetrate molto più debolmente, persiste questa identificazione  del serpente con  la fecondità.

Prosegue un dialogo tra il Prof. Tebib, sociologo all’Università di Reims e J. Diaz Rozzotto dell’Università di Besançon nel corso del quale il primo si chiede se in un paese come il Guatemala, non si è  stati costretti a trovare una nuova forma d’espressione visto che il teatro è un’arte popolare e che le lingue indigene non vi sono insegnate. A seguito viene condotta un’analisi della situazione culturale e storica delle masse indie, che conclude sul fatto che la questione non può essere posta unicamente in termini linguistici poiché il problema della diffusione nazionale di una lingua è strettamente legato a quello dello sviluppo economico e sociale del paese considerato. Il teatro indio presuppone che sia riconosciuta l’autodeterminazione delle masse indie, cosa che nel Guatemala di oggi  non può essere che un sogno. Il giorno in cui il Guatemala diventerà di nuovo uno stato democratico, gli indi avranno la possibilità di mettere in  valore i loro costumi, le loro lingue, la loro cultura, e dunque anche il loro teatro, poiché già oggi, nel giorno della “razza indigena” (“el dia de la Raza”), producono delle  manifestazioni sceniche che sono una evidente dimostrazione del loro amore per la danza e la rappresentazione teatrale della loro vita. Infatti,  come l’abbiamo già detto, presso i popoli primitivi,  il teatro e la danza sono una sorta di scuola, di laboratorio che permette loro di  scegliere i migliori  e di tentare di dominare il futuro.

Il Prof. Salomon precisa che effettivamente il teatro spagnolo era rappresentato all’epoca coloniale, contemporaneamente alla Spagna, nel microcosmo della corte vice-reale americana. È il caso, per esempio, di Fuenteovejuna, che un anno o due dopo essere stato scritto, è stato rappresentato a Potosi, città che come tutti sanno era il simbolo del potere mercantile dell’epoca. Il Prof. Salomon, inoltre, condivide pienamente  gli interventi precedenti: il teatro, in America Latina, si svilupperà quando verrano realizzate certe condizione esterne al teatro stesso.

Miguel Angel Asturias ringrazia il Prof. Noel Salomon per quello che gli ha detto  a nome degli Ispanisti francesi e conferma quanto la letteratura ispanoamericana, nella sua consacrazione universale, sia debitrice dell’insegnamento dei docenti francesi che hanno avuto l’audacia di vedere nella letteratura latinoamericano qualcosa di più di una semplice  appendice del Secolo d’Oro spagnolo o della grande letteratura iberica; un riconoscimento tanto più meritorio in quanto lo scrittore latinoamericano  ha dovuto lottare anche per decolonizzare la propria espressione creatrice.

Aggiunta di Jaime:

Bisognerebbe analizzare la dialettica storica che si sviluppa dall’introito del Popol Vuh fino al cap. 46 che conclude questo testo. Qualcosa che è unito ai segni spirituali o personaggi con i quali i Maya descrivono il primate da cui discende l’uomo. Questa assenza dell’uomo il Popol Vuh la descrive perchè manca la natura in questa frangia di terra  coperta d’acqua. È uno dei grandi miti di questo libro maya, come pure la macchia nera costituita dal  submondo o cimitero vegliata dagli antenati. Non si dimentichi che anche in Europa si ignorava la rotondità della terra, scoperta da Cristoforo Colombo. Bisognerebbe anche analizzare Hieroglyfos Mayas,  il libro di Harri Kettunen dell’Università di Helsinki, che ho conosciuto. Lo tratterò nel libro che sto scrivendo per la Svizzera italiana.

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

1_Arte e magia: Miguel Angel Asturias spiega il “realismo magico”

Traduzione italiana del testo di Miguel Angel Asturias

ARTE Y MAGIA

La magia e la chiarità interna

La magia è una chiarità – diversa da quella che noi conosciamo; è un’altra chiarità, un’altra luce che illumina l’universo dall’interno verso l’esterno. Alla luce solare, all’esteriorità, si unisce, nella magia, secondo me, questo movimento interno delle cose che si destano da sole, e che esistono sole, isolate, eppure in relazione con tutto quanto le circonda. In “Clarivigilia primaveral“(1), incontriamo, nel substrato del poema, questa teoria della chiarità che nasce dagli esseri e dalle cose, chiarità interna, come la possibilità di una calamita, una calamita che ci attrae, che illumina dall’interno del suo essere. A pag. 4 gli “Incaricati”sono tutti “chiaro-addormentati”, “chiaro-svegli”, cioè non totalmente addormentati e nemmeno totalmente desti, è come un dormiveglia, in una sorta di illuminazione di se stessi, per vedere le cose del mondo magico, magicamente. E sempre lì, a pag. 15, si dice che i poeti lanciavano acqua di specchio dalle labbra – ossia versi – per vedere e far vedere le cose come bagnate nei  sogni.

La magia solare permette agli artisti di perseguire l’incanto

La poesia, magia degli dei secondo i Maya e i Nauhatl, era l’arte di deificare le cose. Il poeta divinizza le cose che dice e le dice in uno stato in cui non è né  sveglio né addormentato, ma “chiaro-vigilante”, cioè come se fosse pietra magica, legno magico, animale magico, forza magica.

Per gli scultori la magia non viene esercitata mediante la deificazione della parola, come lo fanno i poeti, ma attraverso il tatto, è il tatto, la magia delle forme tattili, scolpite, esposte al morso della luce dell’aria. Sappiamo che le opere scolpite, lasciate all’aria aperta, sono divorate a colpi di becco dall’aria, ciò vuol dire che i loro volumi devono apparire chiaramente per resistere all’aria aperta, succede così con tutte le sculture delle città maya.

I pittori spazzano la realtà con scope di piume (ossia scope di colore); scope o pennelli, fa lo stesso. E scoperta la realtà, aprono la via all’enigma, cioè all’opera in sé, all’opera occulta e da loro magicamente rivelata.

Il sole fa parlare i musicisti (p. 16),  essi incontrano un linguaggio solare, magico, nascosto nella pietra, nel legno, nella pelle dei tamburi, nel flauto traforato.

C’è una magia solare che i musicisti, il compositore o l’esecutore fanno vibrare dandole esistenza. Esiste! È ! Ma è magica, perché prima non esisteva, non c’era, e non sarebbe stata, se le molecole solari non avessero parlato, i materiali solari magici, che rinchiudono suoni in quei corpi solidi che colpiti si trasformano in veicoli di bellezza che non perseguono il bello semplicemente perché è bello, ma che perseguono l’incanto. Magia non solo per creare cose belle, ma per produrre incanti, per trasmetterli all’uditore, allo spettatore, a chi ha voluto esporsi al sortilegio esercitato dall’arte.

E questo mondo artificiale, figlio dell’arte magica, (pp.18, 19) fa sì che Canina, la forza cieca, la forza bruta, si scagli per la prima volta contro l’esistenza magica delle cose create dagli artisti, dai vasai, dagli spaccapietre, dai gioiellieri, dai piumai. E la stessa Canina, senza  distruggere se stessa, proclama il suo odio verso gli artificiosi creatori di cose artificiali, cioè di cose che non esistono realmente, anche se si manifestano in quelle realtà che sono gli stregoni-maghi-poeti-musicisti-pittori-scultori. Questa magia, Canina la chiamamenzogna”; attraverso l’arte del vasaio, dice, mente l’argilla. Ossia: l’argilla trasformata in orcio artistico porta con sé una forma nuova, una menzogna per Canina, perché fa parte del mondo che non esiste realmente, eppure, sì, esiste realmente. Due realtà. Quella di coloro che guardano come Canina, argilla-argilla; quella di coloro che “stregati”, “come succubi” della ”stregoneria” del vasaio vedono argilla-uccello-orcio; argilla-maschera di vecchio-pignatta, ecc.

La distruzione dei “mondi di sogno”

Si devono leggere con molta attenzione le pagine 30 e 31 nelle quali il vero distruttore degli artisti, la forza cieca, “cuoio capelluto e arma” (questa definizione è  più che sufficiente) spiega perché volle sopprimere gli artisti e le loro arti magiche. “ Generavano, dice, mondi di sogno immersi in acqua di ciechi, stregoni capaci di tatuare i massimi imbrogli visivi e sonori”.  Per questo personaggio “cuoio capelluto e arma” l’arte è dunque imbroglio, arte di imbrogliare, di far vedere cose che non esistono, udire ciò  che non c’è,  sentire cose che non sono, e ciò significa essere condannato come mago, più tardi i frati spagnoli giunti con i conquistadores li chiamarono diabolici; per loro le arti indigene erano cose diaboliche, fasti di Satana, più o meno come in un racconto di Amadigi di Gaula, come confessa lo stesso  Bernal Diaz del Castillo alla vista di Tenochtitlàn.

Ma poi, sgretolatasi la magia, annientati gli artisti, la stessa forza bruta, rimasta isolata, sola, si lamenta di sentire la mancanza delle magie e dice “di avere l’orfanilità dello specchio”. Lo specchio, nel magico, è lo spazio luminoso orfano di esistenza : “occhi con visioni assenti, incollate come calcomanie al cristallo della pupilla”; perché questo personaggio, senza più magie, a causa della sua crudeltà, del suo spirito antiartistico, della sua forza bruta, sente per finire che il mondo che lo circonda non ha incanto, quell’incantesimo  che egli stesso aveva fatto scomparire e che credeva sarebbe continuato al di fuori del magico, al di fuori dell’artistico. E si lamenta che di quelle visioni sono rimaste solo tracce nei suoi  occhi, ricordi, calcomanie.  È il barbaro, il primo barbaro, la prima bestia umana, che ha eliminato quei maghi, quegli artisti, quei felici ingannatori che producevano con l’arte dell’incantesimo, stati di irrealtà-reale, di sogno-realtà, di primo sogno, sogno infantile, primitivo.

“Sì ma non magia…”

Ma ciò che più chiarisce il mondo della magia-arte, dell’arte-incantesimo, di questa catena di elementi che trasformano il reale in  irreale e in sogno, in poesia, in pittura, in musica…  è il capitolo “Sì ma non magia…”. Cioè, una volta distrutti i maghi e le magie, la bellezza senza necessità continuava, la bellezza  degli “artefici”, degli “incantatori”, degli “stregoni”, dei  “fattucchieri”. La bellezza si trova nella natura, la bellezza esiste nella natura; è il canto degli uccelli, il colore delle loro piume, l’irregolarità delle sue coste marine e dei suoi monti capricciosi.

A che scopo dunque gli artisti, gli “artefici artificiosi”, ci si perdoni l’espressione, della realtà, coloro che fanno artificialità ciò che è già parte della natura: il suono, il colore, la bella forma. Tutto esisteva, certo, però non era magico, non era al servizio dell’uomo, non era in relazione con l’uomo, nel senso in cui questa relazione si fa paternità, vale a dire  si fa ombelicalità, si fa figlio o figlia di colui che crea, resiste e fruisce. Non aveva un  prolungamento. Era statica. Esistente. Bella. Ma senza la dinamica dell’arte, della magia, dell’elemento che l’uomo, colui che deifica, l’uomo-artista-mago, le avrebbe dato. Qui intervengono gli dei Maya e creano i magici- uomini- magici (insistendo sul magico più che sull’uomo perché è il magico, la proiezione magica che gli dei aggiungono a questo mondo bello, esistente). Si legge dunque a pagina 53:  “Quello del <<Copal del Canto>> è lì, ed è al di là delle parole. Non è un canto per la parola; è la parola per la magia. Il suo prodigio è una promessa: “Il  solo suono, il solo canto della parola non bastano per produrre incanto, situazioni di arte poetica o  trasporto.  Ciò che crea questo mondo nuovo, di irrealtà, è la magia della parola, è la profondità, il mare-oceano della parola: suono, proiezione interna, relazione con le parole vicine, lontane, derivazioni, ramificazioni, trasmutazioni… “. Nella parola, tutto; al di fuori della parola, nulla. E il poema continua: nella pittura, il colore non  vale per il colore, ma per la magia della colorazione, ecc. Poi nel poema seguono gli artigiani e le loro scoperte.

L’arte magica aulica e quella umana

Gli dei hanno creato i grandi artisti, ma questi si mutano in artisti aulici, ufficiali, fatti per cantare lodi agli dei, dimenticando l’uomo, l’artigiano, che sono vicini alla terra. Allora, ecco che si ricorre ai Cacciatori del Cielo, per rimediare a questa situazione anomala. E i Cacciatori del Cielo scendono sulla terra, e cercano di dare la caccia all’uomo che, come mago, riunisce in sé le quattro arti, le quattro magie. Qui incontriamo il totale “umanizzarsi” dell’arte, della mia arte. Dell’arte magica e umana; non artificiale, vaga o vana, ma al servizio dell’uomo. Le arti, nella loro espressione magica, non avevano questa condizione umana, che è la condizione dell’ “essere ferito”, per me gli artisti sono “coloro che sono feriti” e per questo nel ballo del “saettamento”, quando vengono catturati gli artisti, non li uccidono, li feriscono (p. 120).  Qui non ci sono frecce, c’è la mia freccia… lo ferisco senza dargli la morte, solo il suo disegno ferisco, solo il suo colore…

Alla fine le arti, alimento degli dei, rimarrano comunque fra gli uomini

Alla fine del poema, l’Architettura, che comprende tutte le magie, prende sotto la sua protezione le arti ferite, cioè umanizzate e da questo momento, un anno dopo l’altro all’inizio della primavera, Cuatricielo tornerà ad essere ferito, perché le arti, alimento degli dei, restino fra gli uomini… e siano umane.

(1)Asturias Angel Miguel, Clarivigilia primaveral, Editore Lerici, 1969

(Questa spiegazione sommaria di ciò che intendo per realismo magico è stata scritta per Jaime Diaz Rozzotto, a Parigi, lunedì 29 marzo 1971).

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Grazie della fiducia che ci avete accordato

Benvenuti su i Blog delle Associazioni. Questo è il primo articolo. Modificarlo o cancellarlo per inziare a creare il proprio sito!

Tutto il blog è perfettamente modificabile a vostro piacimento e la redazione del Notiziario delle associazioni è disponibile a collaborare alla sua costruzione. I vostri contenuti potranno anche essere i nostri, creando una sinergia comunicativa interessante per entrambi.

Ricordatevi che sul web 2.0 – tale è il vostro blog realizzato con WordPress – i criteri di visibilità e di indicizzazione sono fondamentali.

Anche il sito web più bello del mondo se non è raggiunto da un pubblico in crescita è probabilmente inutile.

Buon lavoro e contate pure su di noi.

Andrea Ganugi, responsabile di redazione.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento