El carácter de la Revolución guatemalteca: ocaso de la Revolución democrático-burguesa corriente è un libro di Jaime Diaz-Rozzotto ma anche la tesi dottorale di un Master in Filosofia che l’autore consegue nel 1958 in Messico, durante il periodo di esilio successivo al colpo di stato che quattro anni prima aveva esautorato il governo legittimo del presidente guatemalteco Jacobo Arbenz, di cui era segretario generale. Colpisce soprattutto il fatto che la ripresa editoriale di questa opera, dopo 53 anni dalla prima uscita, sia stata pubblicata in Guatemala per la casa editrice Oscar de León Palacios nel 2011, alla vigilia della scomparsa del suo autore. E’ dunque l’epilogo simbolico di una vita interamente dedicata alla cultura e alla storia sociale del suo Paese e di un intero continente.
Nell’attesa di una traduzione in italiano si ripropone, come commentario dell’opera, la testimonianza che Jaime Diaz-Rozzotto rilasciò giusto trent’anni fa, nell’aprile 1982 a Daverio (Varese), e che è contenuta nel saggio di Andrea Ganugi Guatemala 1954: cronaca di una morte annunciata, Firenze Libri, 1989.
Nel 1870 il regime che ha fatto saltare l’alleanza tra i Paesi dell’America Centrale entra in crisi. Quel contadino che nel 1839 aveva sollevato le masse, Rafael Carrera, era nel frattempo diventato un Presidente a vita, appoggiato dalla vecchia classe dei proprietari terrieri. Quest’uomo, rimasto quasi 30 anni al potere, è morto santificato ed è stato sotterrato nella Cattedrale della capitale. All’indomani della sua scomparsa rinasce un movimento di riforma liberale, che elimina il potere confessionale e teocratico: la vecchia struttura economica coloniale, rappresentata politicamente dal Partito conservatore, che serviva a mantenere lo status quo a favore dei grandi proprietari terrieri, non può più andare avanti. Perché quella struttura si basava sullo sfruttamento della cocciniglia, che dava il colorante naturale per l’industria tessile inglese. Questa produzione, non evoluta, entra in crisi. Qual è il problema? Che l’agricoltura di questi Paesi era, nella seconda metà del secolo scorso, ancora identica a quella precedente l’arrivo dei « conquistadores» spagnoli. Nessun cambiamento c’era stato in più di tre secoli: erano ancora i prodotti naturali, tradizionali, precolombiani, senza investimenti produttivi e senza evoluzione, che continuavano a dominare la scena economica.Fino a quando i coloranti sintetici non hanno sostituito lo sfruttamento della cocciniglia. Questo fatto provoca una grande crisi economica in Guatemala. Il nuovo movimento politico che sorge in quel periodo cambia le cose anche da un punto di vista razziale. La nostra aristocrazia è tutta creola, cioè discendente dagli spagnoli. Il movimento liberale del 1870 è invece portato avanti dai meticci: sono loro che creeranno lo stato liberale moderno guatemalteco e che fonderanno anche l’agricoltura capitalista, impiantata sulla produzione del caffé. E’ il processo classico di sviluppo, e cioè: la borghesia liberale prende il potere, promuove riforme e vuole sviluppare il capitalismo, con tutto ciò che segue (banche, credito, ecc.). Insomma, si crea una nuova forma di proprietà: appunto la piantagione capitalista, moderna, del caffé. Da notare che la riforma agraria promossa dalla borghesia va contro gli interessi del monopolio della Chiesa. Un ultimo appunto sul periodo attorno al 1870: cominciano ad apparire anche le prime industrie tessili.
Veniamo al secondo importante momento storico. All’inizio di questo secolo comincia a funzionare il «settore capitalistico di esportazione». L’agricoltura si divide in due forme: la prima, capitalista moderna, destinata all’esportazione, con la piantagione di caffé; la seconda, di auto consumo per il nostro popolo, con il mais ed i fagioli. Ciò rappresenta la base della dipendenza economica: lo sviluppo industriale si blocca, siamo arrivati tardi e la nostra industria non è competitiva rispetto a quel!a inglese. E in questo periodo che gli Stati Uniti cominciano a sviluppare un potere sempre più forte in America Latina e il concorrente inglese diventa fastidioso per loro. Dunque, cosa accade? È per noi il momento della rivoluzione industriale, che si realizza attraverso la costruzione della ferrovia. Tutte le nostre genti latinoamericane vogliono avere il loro treno, come gli Europei e i Nordamericani: nell’ America del Sud lo costruiscono gli Inglesi, grazie alla loro egemonia politica. Diversa la situazione in America Centrale, dove fino al 1895 (prima del fallito tentativo dell’indipendenza politica di Cuba e della morte conseguente di Josè Martì) la Spagna aveva ancora, in alcune zone, un’ultima roccaforte coloniale; qui i Nordamericani, sconfitti gli Spagnoli, si impadroniscono di Cuba, impongono un loro statuto e ne fanno una semicolonia. Annettono anche Puerto Rico, tuttora in loro possesso, e le Filippine. Creano così la base del loro impero coloniale: il Mar Caribico diventa il «mare nostrum» dei Nordamericani. Con questa situazione a loro sfavorevole gli Inglesi devono abbandonare le loro ambizioni in America Centrale; non saranno loro a realizzare il treno, come hanno fatto in Brasile o in Argentina, ma gli USA. I quali adottano una politica nuova: in contropartita della strada ferrata si fanno dare in concessione gratuita i terreni su cui deve passare il treno, creando così un grande monopolio di terre. È in questo modo che nasce la penetrazione della famosa multinazionale United Fruit Company (UFCO), quella della banana Chiquita, per intenderci. Tutto ciò accade in tre Paesi: Guatemala, Honduras e Costa Rica. Si crea allora un’enclave: un potere dentro il potere. Così i Nordamericani hanno il monopolio della terra (in inglese si potrebbe dire una «holding company») e si appropriano del treno. Ma oltre a questo controllano anche il telegrafo, i porti e, ancora, hanno l’esclusiva sulla produzione dell’energia elettrica. In una parola tutta la struttura economica del Paese è in mano loro. Su questa base economica si insedia la grande piantagione di banane e nasce, così, la famosa definizione di «Banana republic» per il nostro Paese.
Qui voglio soffermarmi, per far capire come la United Fruit penetra nel mio Paese. Quei liberali riformisti, giunti al potere nel 1870, credevano in uno sviluppo economico autonomo del Guatemala: perciò la costruzione della ferrovia, inizialmente, viene affidata ad un’impresa nazionale. Ma attorno al 1900 mancava ancora un pezzo di strada ferrata che collegasse il Nord con la capitale e, con il pretesto di affrettare i lavori, il ministro dell’Interno di quel governo liberale organizza un colpo di stato. Quell’uomo si chiamava Manuel Estrada Cabrera: c’è un romanzo di Miguel Angel Asturias, «Il signor Presidente”, che descrive con esattezza questo dittatore ed il contesto storico in cui si mosse. È per permettere alla United Fruit di rovesciare il processo di sviluppo nazionale che si organizza il «golpe», portato avanti all’interno dello stesso Partito liberale. Estrada Cabrera prende il potere nel 1898 e lo cede solo nel 1920. In quegli anni, successivi alla Prima guerra mondiale, si apre una strada molto interessante: nel Movimento unionista, un movimento politico neo-conservatore, ha il sopravvento la componente più populista. Questa apre alla classe operaia, combatte con decisione quel brutale tiranno che è Estrada Cabrera; è una lotta democratica, con l’appoggio popolare, che permette la creazione dei sindacati e favorisce la nascita del Partito comunista. Immediatamente, però, gli Stati Uniti capiscono che questo populismo «unionista», erede del vecchio liberalismo aristocratico, è pericoloso. Così avviene un altro colpo di stato. Stavolta a farlo non è più un ex-liberale come Estrada Cabrera. Il rovesciamento avviene tramite la dittatura diretta della caserma: sono i generali, l’esercito ormai corrotto, a prendere il potere. Così nel 1931 si insedia uno di questi militari, Jorge Ubico, che rimarrà al potere 14 anni: un dittatore ancor più brutale, che proibisce perfino l’uso della parola «operaio» e massacra tutto il movimento comunista.
Tra parentesi, io sono il discendente di una di quelle vecchie famiglie liberali di cui si parlava, quei bravi liberali che odiavano a morte gli autori della deviazione «golpista». Da buon figlio di oligarca, quale sono, avevo due . possibilità: diventare avvocato oppure medico. Mio padre ha scelto per me ed ho studiato medicina; ho frequentato quella facoltà due anni, ma evidentemente ero destinato alla politica, anche perché quei metodi di studio mi sembravano assurdi. Al secondo anno di corso dovevo fare la dissezione anatomica e in quel periodo si praticava un metodo brutalmente stupido: c’era un professore che metteva nel corpo da dissezionare dei fili bianchi e neri e poi li tirava chiedendo «che nervo è questo?» e cose del genere. Tutto ciò era semplicemente idiota, almeno per me. Avevo 18 anni ed ho organizzato il primo movimento di scioperi contro il dittatore. Per questo sono stato messo nella prima prigione della mia vita ed hanno chiuso a mio padre, per rappresaglia, tutte le sue possibilità di lavoro, solo perché non aveva avuto il coraggio di impormi di far cessare quello sciopero. Fu quella la prima manifestazione, organizzata alla Facoltà di Medicina, contro la dittatura di Ubico. Poi, durante la Seconda guerra mondiale, con l’arrivo delle truppe nordamericane, la situazione precipita: Ubico era un dittatore che si ispirava al fascismo ed aveva stretti legami con i nazisti e con Franco; gli Stati Uniti intervengono per mutare questo indirizzo fascista del Paese. Questo intervento è stato un elemento molto importante, che ha aiutato il processo democratico. Durante il conflitto bellico gli Stati Uniti fanno dell’ America Latina una loro base operativa e organizzano truppe per impedire qualsiasi possibilità di sbarco tedesco sul continente. Con l’arrivo dell truppe USA il dittatore è obbligato a proscrivere tutte le proprietà che i nazisti avevano nel nostro Paese. La lista nera di proscrizione raggiunge comunque anche un altro scopo importante: cacciare dal Guatemala tutta la concorrenza europea degli Stati Uniti. Di questa strategia economica ero ben informato, essendo in quel tempo alle dipendenze di una grande industria statunitense, presso la quale avevo seguito un «training course» proprio su quel particolare obiettivo. Dunque io ero perfettamente a conoscenza di come stavano le cose: Ubico era praticamente preso alla gola. Questa nuova situazione ha permesso a noi giovani studenti di organizzare un movimento di scioperi per dichiarare l’autonomia dell’università. Perché questo problema dell’autonomia? E una questione strettamente collegata ad un vecchio processo storico latino-americano: l’autonomia universitaria è un programma nato in Argentina nel 1 918 contro l’antiquata struttura accademica, un retaggio dell’epoca coloniale. Ci sono alcune analogie con il movimento studentesco europeo del 1968. In America Latina la rivendicazione dell’autonomia universitaria è stata il principio di un lungo processo di modernizzazione della vita sociale e politica, collegato anche alla nascita dei partiti comunisti. E una base di modernizzazione che io chiamo «la riforma culturale» latino-americana del 1918, con l’obiettivo di includere nell’insegnamento le idee nuove ed avanzate. Per questo si chiedeva la libertà di cattedra, il diritto alla pluralità di insegnamento, la partecipazione degli studenti al potere universitario, la libertà di scelta dei professori, l’introduzione nei programmi delle nuove conquiste scientifiche.
Quel movimento politico nato in Argentina fa molta strada, dal 1918 in poi, in tutta l’America . Noi ci arriviamo solo nel 1944: è allora che in Guatemala c’è chi raccoglie la bandiera della riforma dell’ autonomia universitaria. Ubico si oppone a questo: nel corso di uno sciopero usa la cavalleria per reprimere la manifestazione legli scontri anch’io resto ferito. Ben presto la lotta comincia ed arrivano i primi martiri. Questi episodi di violenza portano ad un’imponnte mobilitazione popolare, con il primo grande sciopero nazionale che obbliga il dittatore a dimettersi. Ciò accade il 25 giugno 1944. Gli Stati Uniti, per ora, sono contentissimi di come vanno le cose: quel «signore» era troppo legato agli interessi tedeschi e con le sue dimissioni la situazione cambia a loro favore. Ma nello stesso tempo non vogliono che il cambiamento sia gestito da quei giovanotti troppo focosi e così sostengono un gruppo politico costruito «ad hoc» e di stretta fiducia, con il quale pensano di assumere il controllo definitivo degli eventi. Noi però non lo permettiamo. Qual era il nostro programma? Chiedevamo un candidato neutrale, né conservatore né liberale, perché entrambi gli schieramenti rapesentavano gli interessi dell’oligarchia. Volevamo qualcosa di nuovo e chiedevamo soprattutto l’autonomia. Era dei nostri un giovane e brillante militare, laureato in filosofia: Jacobo Arbenz. Questi era capitano dell’esercito, in esilio perché non aveva voluto sottomettersi alla repressione ubiquista, malgrado fosse stato un «portabandiera» della Scuola Militare; quel che si dice una personalità di sicuro avvenire, con solide basi familiari; era figlio di un economista svizzero emigrato nel nostro Paese. Questo particolare è di una certa importanza, perché significava che non aveva alcun collegamento con l’oligarchia del luogo. Per inciso, Arbenz ed io eravamo ambedue allievi di un professore universitario assai noto all’epoca, di origine siciliana. Questo giovane ufficiale è in procinto di rientrare dopo le dimissioni del tiranno: i Nordamericani, per sostituire Ubico avevano creato una giunta di generali; per cui, andato via lui, rimaneva l’«ubiquismo». Nel frattempo all’interno dell’ opposizione si afferma sempre più la candidatura di Juan José Arévalo, il più deciso nella lotta contro quel sistema di potere e, per questo, uomo di grande popolarità. Più passava il tempo e più si capiva che il processo pacifico di transizione dalla dittatura alla democrazia era impossibile: Arbenz per primo ritiene necessaria una vera e propria battaglia per arrivare alle elezioni democratiche. Così decide di rientrare in Guatemala, da solo: durante la marcia dalla frontiera con il Salvador, dove era rifugiato, alla capitale egli raccoglie attorno a sé un gruppo di persone decise ad agire; arrivato in città, si mette in contatto con noi studenti e lavora al suo piano d’azione, mentre è già cominciata la repressione ed Arévalo, il candidato della democrazia, è costretto a nascondersi. Il procedimento elettorale non può più aver luogo senza prima abbattere la giunta dei generali e per questo Arbenz organizza con noi la presa della Caserma centrale; con uno stratagemma riusciamo ad entrare, incontriamo una debole resistenza ed ammazziamo solo qualche soldato: con rapidità estrema prendiamo il controllo della caserma più importante di Città del Guatemala, dove si trova il Comando militare. Per questa fulminea azione abbiamo la collaborazione di un maggiore, che apre il portone al momento giusto. In città prendiamo subito in pugno la situazione, con quei carri armati e quei cannoni requisiti, che ci permettono di iniziare la guerra civile. Fortunatamente la battaglia è circoscritta alla capitale: la destra non ha il tempo di organizzarsi, perché l’azione di Arbenz è troppo rapida e impone quasi subito, al gruppo dei generali di una giunta indebolita e divisa, la capitolazione. Così il 20 ottobre 1944 andiamo al potere, sulla spinta di una lotta armata. Si crea una giunta rivoluzionaria provvisoria, composta dal capitano Arbenz, il maggiore Arana (quello che aveva aperto la porta della caserma) e Jorge Toriello, un civile, rappresentante delle forze della borghesia democratica del Paese. Questo nuovo processo di transizione, stavolta rivoluzionario, serve ad indire le elezioni: Arévalo, che era nascosto, può tornare, fare la sua campagna elettorale e vincere. Diventa, nel 1945, il primo presidente democratico del Guatemala. La giunta rivoluzionaria, rimasta in carica giusto il tempo per garantire il nuovo corso democratico, si scioglie; Arévalo nomina Arbenz ministro della Difesa, ma commette anche un grave errore: pone a capo delle Forze Armate (una carica militare inedita fino ad allora) Francisco Javier Arana, l’ormai noto maggiore “che aprì il portone”. Fu uno sbaglio perché costui, più tardi e precisamente nel 1948, tenterà una sollevazione militare che fallisce solo grazie a quell’uomo straordinario che era Arbenz, il quale organizza la resistenza popolare, sconfigge militarmente i ribelli ed elimina i «golpisti» (anche Arana morirà nell’occasione). Fu la prima lotta intestina che il governo democratico doveva affrontare, il segnale che l’esercito cominciava a dividersi; si creava così quell’ala anticomunista e antirivoluzionaria che si rivelerà determinante in occasione del colpo di stato del 1954.
Nel 1951 si organizzano nuove elezioni, che portano alla presidenza lo stesso Arbenz. Qui comincia il secondo processo storico del periodo democratico. Questo governo è più radicale del primo, perché in due anni e mezzo progetta il più importante processo di trasformazione economica del Paese: l’eliminazione della vecchia struttura dei latifondi, tradizionale strumento di potere dell’oligarchia. Inoltre si espropriano alla United Fruit qualcosa come 83.929 ettari di terreno. Per tutti questi motivi siamo nel momento più avanzato del processo democratico. Il programma di Arbenz si articola su tre punti principali: riforma agraria; trasformazione e riduzione del monopolio; limitazione dell’egemonia economica statunitense. La United Fruit dominava, oltre al treno (tramite la compagnia IRCA, lnternational Railway of CentraI America), la Empresa Electrica de Guatemala (EEG) ed i porti. Allora noi abbiamo fondato un’impresa elettrica nazionale, abbiamo modificato e modernizzato l’autostrada e creato i nostri porti in alternativa a quelli di proprietà nordamericana. Senza parlare dell’apertura di nuove scuole, del lancio di imprese editori~li e di tutte le altre iniziative culturali di quegli anni. E’ stato un movimento molto ricco: abbiamo veramente trasformato il medioevo guatemalteco in un processo di sviluppo moderno. Scopo principale della nostra azione era il potenziamento delle infrastrutture per allargare il mercato interno e, successivamente, tentare il gran passo della nazionalizzazione del petrolio. Un episodio significativo di come il governo Arbenz rappresentasse un pericolo per i Nordamericani si verifica nel 1951 , quando spezziamo il monopolio sui trasporti della United Fruit con la costruzione della strada verso l’Oceano Atlantico. Su quella costa, a San Tomas, proprio di fronte alla diga sul porto costruita dalla United Fruit, ne abbiamo alzata una cinque volte più grande. Il monopolio del treno è praticamente scavalcato: costruiamo l’autostrada, un vecchio sogno del Guatemala, così sentito che in passato il Belize era stato concesso agli Inglesi proprio in cambio della costruzione di quella strada verso l’Atlantico, mai realizzata. Come detto eravamo pronti al passo più importante della nostra emancipazione: una legge per nazionalizzare il petrolio. Quel balzo in avanti, immediatamente prossimo sulla strada dell’indipendenza, ci èstato impedito deliberatamente.
Cosa fa allora la United Fruit? Innazitutto si produce un cambiamento importante negli Stati Uniti, con l’avvento della presidenza Eisenhower, che assume come segretario di Stato Foster Dulles, l’avvocato consigliere della United Fruit. I Nordamercani, ancora in buoni rapporti, vorrebbero che Arbenz facesse un’eccezione con loro nell’applicazione della legge sugli espropri, ma questi non accetta. Perciò organizzano il complotto. Non dimentichiamo il periodo storico: in quel momento Foster Dulles è impegnato nella «guerra fredda». Noi siamo completamente isolati. Il primo passo è quello della condanna del Guatemala da parte dell’Organizzazione degli Stati Amercani (OSA) a Caracas. In effetti avevamo comprato delle armi in Europa e su questo episodio è stato montato uno scandalo internazionale. Leggendo i giornali dell’epoca si possono ricostruire gli avvenimenti: il piroscafo che trasportava le armi era al centro dell’interesse dei mass-media, che avevano creato il massimo allarme attorno alla vicenda. Quando quella nave è arrivata in porto, il gruppo fascista dei militari si è impossessato del carico e non ci ha. permesso di organizzare la resistenza. Siamo rimasti senza fucili, in balìa della componente reazionaria dell’esercito, collegata con l’imperialismo. Il secondo, decisivo passo avviene nel 1954, sempre su iniziativa di Foster Dulles: è l’organizzazione dell’invasione armata del Paese. Alla testa della sommossa gli USA mettono Castillo Armas, garantendogli l’appoggio dei dittatori Somoza del Nicaragua e Trujillo di Santo Domingo. E utilizzano l’Honduras come rampa di lancio per il «raid», perché è la nazione dove l’United Fruit dominava, con il controllo diretto della metà delle terre. Tuttora l’Honduras ha questo ruolo nei confronti del governo sandinista del Nicaragua, proprio per il potere esercitatovi dalla multinazionale nordamericana. Castillo Armas era un colonnello, direttore della Scuola Militare di Città del Guatemala all’epoca di Ubico; la CIA lo utilizza per il« golpe», dopo che già in passato aveva tentato di prendere una caserma della capitale con una tattica simile a quella attuata nel 1944 da Arbenz. Ma quella volta, contro un movimento popolare come il nostro, Castillo Armas aveva fallito. Nell’impresa erano morti tutti i suoi uomini, mentre lui, ferito, era finito in prigione. Allora si organizza un altro complotto: il governo colombiano, gli Stati Uniti ed il nunzio apostolico organizzano per Castillo Armas un’evasione rocambolesca. Viene scavato un tunnel enorme, complice una parte dell’esercito, dal quale egli fugge come un eroe; su di lui si costruisce l’immagine del salvatore della patria dal pericolo comunista. Quest’uomo organizza un gruppo di mercenari provenienti dal Nicaragua, dall’Honduras, da Santo Domingo che attaccano il Paese con l’appoggio dell’aviazione americana. Ma per questo capitolo di storia è sufficiente leggere le memorie di Eisenhower, dove spiega come è stato felice di fare tutto questo contro di noi. Dunque siamo stati la prima vittima della guerra fredda. Foster Dulles, dopo il ripristino de!la dittatura militare, parlerà della “gloriosa vittoria”. E’ per questo che il grande pittore guatemalteco Diego Rivera ha realizzato quel magnifico quadro, custodito ancora oggi dalla Repubblica Popolare Cinese, che si chiama appunto «La gloriosa vittoria» e che è l’equivalente del «Guernica» di Picasso. In sintesi l’atteggiamento statunitense verso quell’esperienza democratica può riassumersi così: gli USA hanno imposto all’Organizzazione degli Stati Americani il «diritto di intervento» all’interno del Guatemala (e successivamente in tutta l’America Latina), per impedire, con il pretesto della «minaccia comunista», il processo di liberazione guatemalteco, un modello che poteva estendersi a tutto il continente.
Intervista registrata a Daverio (Varese) nell’aprile 1982 e parzialmente pubblicata anche sul quotidiano La Prealpina dell’epoca.





