Da Arcireport del 4 luglio 2012
Strana storia quella della riforma del mercato del lavoro approvata dal Parlamento a colpi di fiducia nell’indifferenza generale. Una legge che non piace a nessuno, voluta alla fine solo dal presidente del Consiglio e dal ministro Fornero, formalmente bipartisan ma in realtà non condivisa (per opposti motivi) neppure dai partiti che l’hanno votata. Si dirà che si è trattato di un voto di fiducia al governo in vista del vertice europeo, più che di consenso alla legge. Ma è grave (e inedito nella storia repubblicana) che su temi di così grande rilevanza si legiferi solo in virtù di una condizione di emergenza e in aperto dissenso con le parti sociali. Pesano i giudizi negativi dei sindacati e degli stessi imprenditori: critiche di segno opposto, ma non sempre scontentare tutti vuol dire essere nel giusto. Gli elementi positivi che pure ci sono (la prevalenza del lavoro a tempo indeterminato, la stretta sui contratti a progetto, il tentativo di mettere ordine negli ammortizzatori sociali) vengono vanificati dai molti errori di merito e di metodo commessi, nell’assurda ostinazione di voler demolire l’articolo 18, nella scelta di non ricercare l’accordo preventivo con le parti sociali. Ciò che ne esce è una legge non solo iniqua, che riduce tutele e diritti dei lavoratori, ma anche sostanzialmente inutile; una legge che non ridurrà la disoccupazione e non porterà lavoro ai giovani, ma accelererà la deriva verso il darwinismo sociale. E allora è lecito chiedersi: era questa la priorità? Perché Monti doveva esibire proprio questo risultato a Bruxelles? Ancora una volta il ricatto della crisi diventa il pretesto con cui i poteri economici e finanziari pretendono di scaricare sui più deboli il prezzo del loro fallimento. Non va bene, non si salva l’Italia senza una maggiore equità sociale. Al vertice europeo il premier ha ottenuto un indubbio successo in termini di credibilità e prestigio dell’Italia. Ma bisogna fare anche altro per invertire la tendenza in direzione della crescita e degli investimenti per lo sviluppo. Prendere atto che una parte del paese non ce la fa più e non può sopportare ulteriori tagli alla spesa sociale; che c’è bisogno di far fronte all’emergenza adottando misure straordinarie di redistribuzione. Le risorse si possono trovare: con un’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze, tagliando sprechi e privilegi, colpendo la corruzione e l’evasione fiscale. Queste sono le priorità che il governo continua a ignorare.













