DONNE ANOMALE – SERAPHINE

SERAPHINE

1) Progetto di regia
Il film esce nelle sale nell’ottobre 2010: un successo in Francia, dove vince ben sette Cèsar ottenendo una grande affluenza di pubblico. Martin Provost, il regista, aveva ritrovato un articolo così intitolato: “Grande collezionista scopre pittrice”. Egli è interessato da questo speciale incontro intellettuale e spirituale tra il mercante illuminato – si tratta di Wilhelm Uhde – e un’ artista ispirata. Un’ispirazione che assume un timbro mistico (nel film è addirittura avanzato il paragone tra Séraphine e Teresa d’Avila).
Così il regista riassume il suo personale rapporto con Sérafine de Senlis: “Io stesso dipingevo molto una volta, senza aver seguito nessun particolare corso, e ricordo che un giorno, dopo ore di concentrazione e di duro lavoro, sono stata colto da una paura irrazionale e da un senso di immensa solitudine. Non ho più toccato un pennello da allora. Quello che mi ha attratto in Séraphine, anche se suona sciocco a dirsi, è stata una sorta di vicinanza spirituale, ma anche l’ammirazione mista ad una forma di curiosità che ho sempre provato per tutto ciò che nasce dalla pura creatività, dal fuoco creativo.”
Séraphine de Senlis, pittrice semisconosciuta della prima metà del ‘900: visse un’esistenza tragica ma trovò nel dolore la sua fonte ispiratrice. Purtroppo buona parte delle sue opere fu distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il regista ne ha approfondito l’incontro attraverso lo studio del saggio sulla sua vita della psicoanalista Françoise Cloarec (cui fanno anche riferimento le note sulla vita dell’artista qui di seguito). Ancora, per il regista è stato decisivo l’incontro con Jolande Moreau (la protagonista del film), attrice belga nota al cinema per “Senza tetto né legge” (1985) e per il più recente “Louis Michel”. Senza di lei il film non sarebbe stato girato in quanto nessuno, al di fuori dell’attrice, avrebbe potuto interpretare Séraphine: “Jolande non recita, incarna Séraphine” – dichiara Provost.
I quadri della pittrice sono originali per la primitività con la quale vengono creati, attraverso un lavoro che faceva inginocchiata sul pavimento, usando colori non convenzionali che impastava artigianalmente con elementi naturali stesi sulla tela anche con le dita.
Wilhem Uhde (Ulrich Tukur), noto collezionista d’arte, nel 1913 scoprì il talento nascosto della donna, che era la sua governante, addetta ai lavori domestici più umili, e lo incentivò in tutti i modi non riuscendo a fermare però la sua inarrestabile caduta verso la follia, che la porterà a terminare i suoi giorni in manicomio.
Il film racconta l’incontro tra Séraphine e Wilhem Uhde, uomo tormentato con cui Séraphine intreccia una particolare relazione affettiva, oltre che di collaborazione artistica.
Il regista, più che descrivere una biografia della pittrice in senso canonico, sa focalizzare (e questo è il pregio della pellicola) il motore mistico e/o artistico che la spingeva a realizzare le sue “visionarie” composizioni floreali. La regia risulta rigorosa e sobria, con pochi movimenti di macchina Provost tratteggia la personalità di una donna a suo modo libera, capace, attraverso la solitudine, l’umiltà dei lavori che eseguiva, la prostrazione fisica e psichica, di illuminare il suo mondo interiore saldamente ancorato ad una fede religiosa che non si spense mai.
La fotografia si dispiega nelle tonalità del verde, del blu e del nero, restituendoci l’impenetrabilità del personaggio Séraphine la cui anima si proietta nell’opera di pittura in cui i colori sono, al contrario, caldi, accesi, intensi.
Impressionante e riuscitissima l’interpretazione della Moreau totalmente immersa nel personaggio, giustamente considerata in Francia come l’attrice del momento e premiata con il César per questa magnifica prova attoriale, in cui emerge la natura autentica e il talento “folle” dell’artista.
Se un limite si può trovare nella regia di Provost è che, a tratti, risulta un po’ troppo formale: la sua raffinatezza stona forse con la “primitività” di Séraphine, da cui lo spettatore non può non sentirsi coinvolto e richiamato, tanti aspetti inconsci sa portare alla luce.

2) Il favoloso mondo interiore di Séraphine. Tratti di una biografia
a) Lavori neri, lavori colorati
“Séraphine, devi metterti a disegnare!”- “Tutto è cominciato con un ordine. Imperioso. Della Vergine Maria o di un angelo, la versione varia.” (F. Cloarec, “Séraphine”, Archinto)
Così comincia la intrigante e acuta biografia della Cloarec sulla pittrice di Senlis.
Séraphine ha 42 anni quando si impone di ubbidire all’ordine che “scende dal cielo”. Deve rispondere alla vocazione in cui crede, ha la sensazione di trovarsi in accordo con l’Altro più grande di lei. La voce interiore è diventata reale. La Vergine tanto amata e sacra le parla. Da tempo vive un trasporto verso la pittura e seguire la voce diviene una necessità, forse per non precipitare in un “altrove” inquietante, per non rompere il rapporto con gli altri, la realtà con cui da sempre intrattiene una relazione spinosa e difficoltosa.
Era nata il 3 settembre 1864, ad Arsy, e già rimane orfana a soli 7 anni continuando la vita da qui in poi con la sorella; da subito manifesta un temperamento solitario (nessuna amica, nessuna madre – neanche adottiva – nessun innamorato, tranne uno, un ufficiale spagnolo, frutto della sua immaginazione; mai uno sguardo benevolo o amoroso si posa su di lei).
E’ molto devota, una cristiana praticante; frequenta la chiesa di Arsy partecipando alla messa del mattino presto, quella delle serve; sì, perché da quando compie 13 anni, per vivere, va a lavorare in casa d’altri come domestica tutto fare, cameriera, aiuto cuoca. Di questo periodo dirà: “Faccio i miei lavori neri”, intendendoli contrapporre a quelli “colorati” delle sue tele sgargianti. Si segnala la sua presenza come donna di servizio presso il convento delle suore della Charité de la Providence a Clermont (secondo quanto ci dice Bellanger, storico locale). E qui inizia una vita conventuale esemplare, senza pronunciare i voti, ma partecipando assiduamente con le religiose alle meditazioni e alle preghiere, come una conversa. Così si impregna dell’atmosfera creata dagli inni e dai canti, dal silenzio meditativo, dal profumo d’incenso.
In convento trascorre ben vent’ anni, che la segnano nel profondo, nel raccoglimento, nella mitezza e nelle pratiche devozionali: vent’anni a servire, vent’anni fuori dal mondo.
Séraphine deve a questo lungo periodo della sua esistenza la forte inclinazione al misticismo, la sua cultura religiosa che si esprime nello stile della scrittura e, successivamente, del disegno: angeli e fiori alimentano i suoi pensieri. Per questo le sue tele non raccontano storie, tendono a farci vedere l’inedito, l’invisibile. Del resto un destino particolare e “spirituale” è già racchiuso nel suo nome (non si sa perché i genitori glielo abbiano dato). Il nome rimanda agli angeli ardenti, i più vicini alla presenza divina. I serafini (cfr Isaia, cap. 6) sono esseri ibridi e alati che hanno caratteristiche umane e animali.
Descritti nella letteratura ebraica, cristiana e islamica, servono a trasportare o a proteggere il trono divino, di cui sono i guardiani celesti. Essi occupano una posizione molto elevata in quanto intermediari tra Dio e gli uomini; esseri “demonici”, come l’Eros platonico, servono Dio ma intercedono per gli uomini presso di Lui. Questi spiriti celesti sono dediti a cantare le lodi di Dio e a purificare coloro che una vita peccaminosa ha reso impuri e meritevoli della punizione divina.
Eppure questa donna devota, solitaria, sottomessa alle regole della vita conventuale, quasi improvvisamente, a 38 anni, abbandona la vita claustrale e la sua sicurezza protettiva, forse per un violento bisogno di indipendenza – siamo nel 1902 – e Séraphine accetta anche lavori duri per poter sopravvivere: è educata, allegra, sicura di sé, rispettosa.
E dal 1905, su comando della Vergine, mentre si trova nella cattedrale di Senlis, un luogo antico, di stile gotico, imponente, come è “vecchia Francia” tutto l’aspetto della storica cittadina, Séraphine inizia la sua straordinaria avventura pittorica.
Ormai ha messo su casa a Senlis, coi suoi mobili: abita in un’unica stanza che utilizza come atelier e a cui si arriva mediante una scala a chiocciola, buia e stretta. Anche la stanza, arredata con povere cose di uso quotidiano, non è più luminosa del vano delle scale. Una statuetta in gesso della Madonna campeggia, a testimoniare che Dio e i santi sostengono il suo lavoro. Ai suoi piedi un lumino ad olio arde in continuazione, indispensabile per alimentare sia l’ispirazione artistica che la fede. Reinventa la pittura con lo smalto, cui resterà fedele aggiungendo in seguito vernici fluide: miscuglio sconosciuto di cui Séraphine, che non sarà mai allieva di altri, conserverà gelosamente il segreto.
Nella sua camera-atelier, Séraphine non smette di dipingere di notte, cessati i suoi lavori “neri”, mescolando inni, esaltazioni, paure e tristezze. Séraphine trasforma in fiori le sue paure, i desideri profondi, le ferite. Non è permesso disturbarla, ha affisso per questo un cartello in fondo alla scala: “Proibito salire, i trasgressori saranno puniti a norma di legge, sto lavorando”.
Le cose che ama sono ritratte con grande semplicità e non interrompe la vita spirituale sperimentata in convento: si reca all’antica cattedrale, vicina alla sua abitazione, e invoca la Vergine con commozione: “Madre mia che sei nei cieli”.
Ormai è divenuta un personaggio a Senlis anche per il suo bizzarro modo di presentarsi: si veste di nero, inciampando quasi nelle lunghe gonne che indossa una sull’altra, spazzando la strada su cui cammina e sui capelli rossicci incornicia il viso con un cappello di paglia verniciata, anch’essa nero. Spesso tace per molti giorni: chi la conosce sa che è in stato di ispirazione, in conversazione intima e privata con le voci che le provengono dall’alto … e il suo aspetto fisico è corpulento, col viso lentigginoso, come si addice ad una contadina robusta come lei.
Vive altrove, in un mondo tutto suo; vive totalmente e liberamente la sua passione per la pittura, senza compromessi. Più prosegue la sua attività, più grandi si fanno i suoi quadri. Al riparo da ogni sguardo, dipinge cantando, anzi gridando inni religiosi che mettono in scena l’amore, umano e divino, con cui si sente in comunione, riconciliandosi con se stessa. Voce e gesto pittorico sono una cosa sola; il quadro diviene una preghiera dipinta.
Tutte le sue opere sono ispirate, Séraphine si sente strumento vivo di Dio. E il canto d’amore si allarga anche all’innamorato immaginario (prima un ufficiale spagnolo poi trasformatosi in un russo collezionista di quadri) che le ha promesso di sposarla: e lei lo aspetta e i suoi pensieri volano verso di lui. Ma Séraphine è vergine e tale resterà; l’amore lo fa e lo farà sempre solo con la pittura: a volte si crede incinta ma, forse, per il desiderio di partorire la propria opera di pittrice.
Una volta, in onore di Santa Teresa del Bambin Gesù, trasforma il suo studio in una camera ardente stracolma di rose benedette e profumanti l’aria, appese a lunghe cordicelle: come Santa Teresa ha creato il linguaggio dei fiori, dell’ amour fou, così Séraphine sparge sulla tela fiori offerti all’invisibile.
E una volta, dopo essersi inginocchiata davanti alla statua di gesso bianco della Madonna in cattedrale, in seguito ad una notte passata lì in preghiera, lascia la statua, il mattino seguente, dipinta di rosa.

b) L’incontro con Wilhem Uhde

Nel 1912 quest’uomo, colto, nobile , tedesco, innamorato della città medioevale di Senlis presso cui risiede, grande e noto collezionista di quadri, entra nella vita di Séraphine e la sconvolge. Tutto li divide: l’origine sociale, la cultura (Uhde è pacifista e antimperialista in esilio), il modo di vivere: eppure Senlis e l’amore per la pittura uniranno indissolubilmente il loro destino.
Uhde scopre e compra tele di Picasso, considera George Braque il maggior pittore del secolo, conosce Rousseau il Doganiere e Gertrude Stein, si batte con fervore, sfidando molti pregiudizi, per i pittori che stima: qui si colloca la sua inclinazione per Séraphine e i pittori che definisce “primitivi moderni” nel mentre contribuisce fortemente a far conoscere il fauvismo, il cubismo, l’arte naїf – cui anche Séraphine, in qualche forma, appartiene.
Il primo incontro con Séraphine avviene un giorno, casualmente, in una casa di Senlis dove il collezionista vede una sua natura morta che suscita in lui un’impressione così forte da lasciarlo muto ed emozionato; si tratta di alcune mele posate semplicemente su un tavolo, modellate con una bella pastosità degna di Cézanne. Da quel giorno Séraphine gliene mostrerà altre e così non sarà più sola: qualcuno finalmente capisce la sua pittura e nasce un vero rapporto di mecenatismo di Uhde verso la pittrice.
Le tele di Séraphine non presentano ancora i tratti splendenti, fiammeggianti che assumeranno in seguito. Ma per Uhde già da subito rivelano “una passione senza uguale, un fervore sacro, un ardore medioevale incarnati in quelle nature morte”.
Durante la guerra Uhde parte e Séraphine, lasciata sola quasi in miseria, quasi fosse un intermezzo rispetto ai suoi temi floreali, dipinge scene con allegorie patriottiche, ornate di bandiere.
Séraphine continua imperterrita a dipingere senza sosta, ormai da vent’ anni circa: colpisce, nella piena maturità della sua arte, il colore. Sempre più si immerge nella materia ascoltando il proprio universo immaginario, lasciando emergere l’abbondanza dei pigmenti. In uno spazio delimitato, spinta da un’immensa forza interiore, inscrive in esso forme che evocano il piacere, la morte, la psicosi.
Dipingere la protegge dall’abisso. I quadri rappresentano il tentativo di dare risposta a interrogazioni interiori; in essi Séraphine cerca di raccogliere brani del suo “io” tormentato. Infatti, quando mostra i suoi quadri agli amici, ai vicini, confida loro che a volte è spaventata da quel che ha dipinto: il suo disordine interiore si è trasformato in arte. I nomi magnifici che attribuisce alle sue tele, oggetto di tanta cura, saranno quelli designati in seguito da Uhde e sua sorella, collaboratrice del collezionista: “L’albero del paradiso”, “Fiori del paradiso” ecc.
La sua anima si trasferisce sulla tela sotto le vesti di fiori, petali fiammeggianti e si consuma in un dialogo sempre più solitario con Dio, gli Angeli, la Vergine. Nessuna figura umana appare nei suoi dipinti. Nessun modello umano da rappresentare, solo fiori, foglie e piume, piume che richiamano figure di uccelli del paradiso. Ogni elemento naturale si offre in una materia calda, sensuale, fluida. Le forme sono sempre più elaborate e raffinate, i colori trionfanti. E le tele si ingrandiscono: questa donna, ormai anziana, maneggia da sola tele enormi, pesanti. Quando veniva interrogata sulla tecnica da lei adottata rispondeva: “Mi rendo conto che la mia mano non c’entra per niente, obbedisce soltanto, esegue quel che le vien detto di fare, io sono solo uno strumento.”
Si ignorano le sue formule, le modalità di composizione delle sue tele: la sua tavolozza è figlia di una alchimia segreta. Sui suoi quadri dichiara: “Amo i colori, la luce. Amo gli alberi, le foglie, i frutti, i fiori e gli uccelli. Amo soprattutto il piumaggio dei fagiani, dei pavoni e delle faraone.”
I suoi quadri sono freschi come se fossero stati appena dipinti; si direbbe che non sono ancora asciutti. Un tocco particolare non ci è però sconosciuto: l’olio santo, che arde nella cappella consacrata alla Vergine, sottratto discretamente nella cattedrale quando è sola e che viene aggiunto ai suoi sapienti intrugli. Per Séraphine è una sorta di contributo benevolo dello Spirito Santo che dà forza e spiritualità alla sua pittura, tanto è indispensabile per tutti i sacramenti cattolici.
Dopo lo scoppio della guerra Séraphine si è appartata dal mondo, si è votata ad un “Altrove” che la fa vivere. Esce allo scoperto con la prima esposizione dei suoi quadri: si tratta della mostra del municipio di Senlis, è l’ottobre 1927, vi porta tre grandi tele che campeggiano nella sala principale dell’edificio. Una raffigura un ciliegio, la seconda un mazzo di lillà su fondo nero, la terza due ceppi di vite. E gli amatori d’arte parigini si entusiasmano di fronte a queste tele, celebrano la scoperta favolosa di una nuova arte paragonata a quella medioevale, e/o persiana e dell’Estremo Oriente.
Uhde torna in Francia, nel ’24, accompagnato da un giovane pittore tedesco, suo compagno: compra i quadri di Séraphine, mettendola sotto contratto e strappandola ai suoi “lavori neri” con vera generosità di finanziamenti. E Séraphine, tra il 1927 e il 1930, lavora senza tregua.
Risale a questo periodo l’unica foto che le viene scattata davanti alle sue tele dalla sorella di Uhde, Anne-Marie. Si mette in posa con gli occhi rivolti al soffitto ed esclama: “Devo sollevare la fronte, la mia ispirazione viene dall’alto.” (cit. da W. Uhde)

c) Dai fiori al delirio

E’ il momento più fervido: Séraphine dipinge dalle tre alle quattro tele a settimana.
Sono riconosciute tra le più belle: “L’albero del paradiso”, “I fiori del paradiso”, “Il ciliegio dietro uno steccato”, “L’albero colpito dal fulmine”.
Alla fine degli anni ’20 si decreta il suo grande successo, i suoi quadri vengono acquistati dai più noti collezionisti d’arte, si parla di lei perfino negli USA. La celebrità accentua le sue stravaganze: diviene sempre più lunatica, eccentrica, sospettosa. Appare sempre più immersa in un altro mondo, incurante di questo. Si logora, si sfinisce, beve troppo.
Uhde smette di finanziarla a causa delle proprie difficoltà economiche ma anche per le intemperanze nonché le spese eccessive fatte da Séraphine. Ma gli abitanti e i conoscenti di Senlis vedono che Séraphine sta peggiorando, scivolando verso il vuoto, la follia, la sragione. Si approfondisce il solco tra sé e gli altri; i bambini, per strada, le tirano le pietre.
Dipinge sempre meno all’ombra di una follia sempre più vicina. E’ perseguitata da angosce e demoni, non riconosce più tempi e luoghi.
Incupita dal peso delle sue “voci”, vecchia e curva, la si incontra in città mentre penosamente girovaga senza meta. L’agitazione cresce, risponde con violenza ai vicini, impedisce loro di dormire e batte alle porte per annunciare la fine del mondo.
“Ho come un male dentro che mi rode il ventre”… e potremmo continuare, ma ormai non è più in grado di ordinare il suo caos interiore in forma di fiori.
Nel febbraio 1932 lascia Senlis per Clermont de l’Oise, luogo dove si trova il manicomio in cui resterà fino alla morte. La diagnosi che sancisce la sua patologia mentale così decreta: “Disturbi mentali caratterizzati da pensieri deliranti sistematizzati di persecuzione”.
In manicomio non dice nulla, non vede nulla: rinchiusa in un mondo di ombre e di incubi aspetta solo la morte, che verrà, dopo ben dieci anni di internamento – con Uhde che invano cerca di occuparsi di lei e viene però allontanato dai medici che temono l’aggravarsi della malattia – l’11 dicembre 1942, a 78 anni.
Nel 1945 Uhde organizza a Parigi, alla Galerie de France, un’esposizione esclusivamente dedicata a Sérafine Louis, detta Séraphine de Senlis, poco prima della sua stessa morte, avvenuta nell’agosto 1947 (cinque anni dopo Séraphine), a 72 anni. Non è mai riuscito ad ottenere la tanto agognata cittadinanza francese ma viene sepolto a Montparnasse, il quartiere che tanto amava.
Non possiamo evitare di constatare quanto scarto vi sia tra la miseria in cui Séraphine è sprofondata, soprattutto gli ultimi anni in manicomio, e il grande valore artistico oggi riconosciuto ai suoi quadri; troppo stridente il contrasto tra i suoi fiori così luccicanti e la sua fine così straziante.
Come ci suggerisce Violette Leduc (V. Leduc, “Séraphine de Senlis”):
“Séraphine de Senlis… ha dipinto fiori senza nome, senza famiglia, senza vaso, senza giardino. I fiori dell’erotismo magnificamente ispirato, sfrenato, incontrollato, magnificamente modulato, cantato fino al delirio.
Irradiazioni sessuali, i suoi blu, i suoi rossi, Séraphine de Senlis ha coniugato il desiderio e il piacere in fiore dipingendo mazzi irresistibilmente misteriosi.”

Dopo aver percorso i tratti salienti di questa straordinaria, anomala vicenda esistenziale ci si domanda quanto la follia, che la trascinò ad una fine così tragica, possa aver intersecato la sua opera di pittura. Cosa c’entra la follia con le sue tele? In quale modo il caos che abitava la sua psiche profonda ha partecipato della bellezza, della intensa armonia che i suoi quadri sprigionano? Sono interrogativi tormentosi e forse senza una possibile risposta. Per Séraphine la pittura è stata terapeutica? Ha in qualche forma ritardato un delirio grave presente allo stato latente?
Dobbiamo constatare che, finché Séraphine produce le sue opere, la sua condizione psichica appare stabile. In un primo tempo dipinge senza alcun riconoscimento, poi, con Uhde, la situazione cambia. Dal momento in cui Séraphine conosce il successo e, attraverso l’intervento del collezionista, comincia a guadagnare, diviene sempre più strana e bizzarra. Ottenere una consacrazione ufficiale è come “insopportabile”: in quel momento si direbbe che il suo delirio si scontra con la realtà in modo esplosivo. Un delirio costruito dal malato mentale solitamente è riparatore, un atto di autoterapia, in certa misura.
Le opere d’arte sono da considerarsi non come semplici proiezioni dei conflitti dell’artista ma anche come un indicatore di una loro possibile risoluzione, assumendo un ruolo quasi auto-terapeutico. Così il fantasmagorico gioco di colori che Séraphine crea rappresenta la volontà, se pur inconscia, di tenere insieme i pezzi della sua persona e quasi un conforto per la sua profonda infelicità. Quando si blocca la produzione artistica, la follia la invade.
Il sostegno importantissimo di Uhde le ha permesso di resistere: è al meglio della sua vita psichica quando esegue il suo ruolo di domestica e al contempo quello di pittrice riconosciuta … ma quando, per le varie vicissitudini della vita di Uhde, Séraphine non è più aiutata da lui e crolla il suo stato di pittrice famosa, tutto si disintegra. Non c’è una spiegazione psicoanalitica adeguata della relazione tra arte e follia in Séraphine: possiamo porci, per lei, le domande che interrogano la creazione artistica, il genio, la follia, il talento.
Importante avvicinarci alle tele dipinte di Séraphine lasciandoci avvolgere da ciò che vediamo, sentiamo, “assecondandole” e cedendo al respiro che da esse emana.

APPENDICE
Come si può definire l’arte di Séraphine de Senlis?

Come classificare l’opera di Séraphine? “Art brut”, arte singolare, arte primitiva, arte naїf, “pittrice del cuore sacro” (Uhde), arte popolare, arte marginale, arte irregolare, arte fuori norma, creazione libera, primitiva del XX secolo ecc. In verità, i termini usati più spesso in riferimento a Séraphine sono arte naїf e “art brut”. Ciò è forse contestabile perché i quadri naif sono immediatamente decifrabili – e le tele di Séraphine non sono sempre trasparenti ad un primo sguardo – e l’ambiguità del termine “brut”, cioè grezzo è dovuto al fatto che viene associato, solitamente, all’arte psicopatologica (ma la funzione e la produzione artistica è la stessa in ogni caso, sia che venga prodotta da un “sano di mente” che da un “malato”). Ancora, per il critico d’arte Bernard Dorival vale l’espressione “istinto del cuore” e per Jean Casson “pittrice istintiva”: “Poetessa della realtà rustica, Séraphine è anche poetessa della rigogliosa realtà cosmica. Ha vissuto sempre negli stessi luoghi una vita la più ritirata possibile, una vita sostanzialmente provinciale, ma questa vita così modesta è animata, quasi per magia, da un’energia che la rende uguale alla vita universale nella sua più esuberante estensione. Questo è un miracolo grande e bello.” (Jean Casson, “Catalogo dell’esposizione Séraphine de Senlis”, 1972)
Séraphine, tra l’altro, non si è mai confrontata con quel che succedeva nel campo artistico a lei contemporaneo: nel suo tempo di vita si affermano pittori famosi come Picasso, Braque, Matisse e altri. Nessuna etichetta, per tutte queste ragioni, soddisfa la definizione di un’opera che elude denominazioni e correnti. Unica nel suo genere, la sua opera ha un posto a parte nella storia dell’arte, ci troviamo di fronte a qualcosa di originale e distante rispetto ad un’arte accademica.
Séraphine ha portato con sé i suoi segreti di pittrice. Quando un ammiratore si estasiava della bellezza dei suoi quadri e le chiedeva come raggiungeva questo risultato, rispondeva:
“Ho la mia maniera…” Lontana da ogni accademismo e da ogni convenzione, Séraphine non impara una tecnica, la inventa. Dipingere è il suo modo di esistere. Spinta da questo irresistibile “demone” può fare a meno di tutto il resto; l’importante è realizzare il sogno di dipingere. Guardando i suoi quadri si avverte l’eco di un universo insolito, di una ricchezza lussureggiante e anche di uno sguardo innocente e “nuovo” attraverso cui scoprire il mondo.
“Grazie alla sua semplicità d’animo non ha posto domande al mondo e neanche il mondo gliene ha poste. Ha segretamente comunicato con le potenze primitive. Ha dipinto e così viene annoverata tra ‘gli immortali’ che oltrepassano i confini di un movimento o di una scuola.
Nella sua stagione ha dato i frutti del suo mistero doloroso e glorioso. Séraphine di Senlis ci consegna incessantemente una ragione per sperare, con i suoi oracoli e secondo il desiderio appassionato di Van Gogh, l’avvento di un’età dell’oro della pittura: ‘Nel futuro c’è un’arte e deve essere giovane e bella’.” (J.-P. Foucher, “Séraphine de Senlis”)

Isa Luoni
marzo 2012, ciclo “Donne anomale”, PRESSO FILMASTUDIO’90 IN COLLABORAZIONE CON l’ALBERO DI ANTONIA

This entry was posted in cinema and tagged , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>